Convegno "Famiglia e Handicap come risorsa"

 

Indice

Programma

Lo scopo del convegno

Dal discorso del Santo Padre al simposio: "La famiglia davanti alle alterazioni cerebrali dei propri figli"

A.B.C. Triveneto: chi siamo e quali sono i nostri obiettivi

Introduzione al Convegno

Ricerca e innovazione in riabilitazione pediatrica

Il ruolo della famiglia e del volontariato nella promozione della salute alla luce del piano sanitario 1998-2000

Claudio Calvaruso

La Commissione Ministeriale sulla riabilitazione pediatrica

Francesca Fratello

Caratteristiche fondamentali di una riabilitazione pediatrica di qualità

Francesco Pierelli

Sperimentazione multicentrica di trattamenti riabilitativi che prevedono la partecipazione dei genitori

Alda Pellegri

Le risorse umane nel processo evolutivo di giovani disabili

Riduzione dell’handicap: tecnici e familiari insieme

Andrea Canevaro

Valorizzazione e sostegno della risorsa famiglia

Dario Ianes

Centro territoriale provinciale di documentazione, risorse e servizi per l’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap

Carmelo Masala, Giorgio Mannu, Donatella Rita Petretto, Stefania Tiddia

La famiglia artefice dell’evoluzione del figlio disabile e referente nello sviluppo di politiche socio-sanitarie

Marco Espa

La risorsa famiglia nel processo riabilitativo del figlio disabile

Qualità delle cure e qualità della vita: la centralità del punto di vista della famiglia nella riabilitazione del figlio

Mario Cerioli

La famiglia quale soggetto co-protagonista degli interventi sul bambino disabile

Alessandro Pigatto

 

 

Esperienze di riabilitazione con famiglie di giovani disabili

Esperienze con famiglie protagoniste di programmi di riabilitazione intensivi

Marilena Pedrinazzi

Il bambino tra handicap e deficit

Andrea Tinti

Il processo riabilitativo centrato sulla famiglia negli USA e in Canada: principi generali e valutazione della loro applicazione

Dario Petri

 

Ascoltiamo chi non parla ...

 

Mozione finale

 

Allegati

Struttura del documento conclusivo della Commissione per la riabilitazione pediatrica del Ministero della Sanità

Prima parte: Il principio ispiratore e i principi generali

Valutazione del processo di cura

Valutazione della compliance genitoriale

 

Associazioni di famiglie di disabili dell’Unione Europea:

La Coface

 

 

 Programma

8.30 ISCRIZIONE

 

9.00 PRESENTAZIONE DEL CONVEGNO

 

9.10 SALUTO DELLE AUTORITÀ

 

10.00 RICERCA E INNOVAZIONE IN RIABILITAZIONE PEDIATRICA

 

Claudio Calvaruso, Dirigente Generale Servizio Studi e Documentazione, Ministero Sanità: Il ruolo della famiglia e del volontariato nella promozione della salute alla luce del piano sanitario 1998-2000

Francesca Fratello, Dirigente Ufficio Medico Legale, Ministero Sanità: La Commissione Ministeriale sulla riabilitazione pediatrica

Francesco Pierelli, Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed (IRCCS), Pozzilli (IS): Caratteristiche fondamentali di una riabilitazione pediatrica di qualità

Alda Pellegri, Centro Polivalente di Riabilitazione, Nostra Famiglia, Conegliano (TV): Sperimentazione multi-centrica di trattamenti riabilitativi che prevedono la partecipazione dei genitori

 

11.30 PAUSA

 

12.00 LE RISORSE UMANE NEL PROCESSO EVOLUTIVO DI GIOVANI DISABILI

Andrea Canevaro, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Università di Bologna: Riduzione dell’handicap: tecnici e familiari insieme

Dario Ianes, Psicologia dell’educazione, Università di Trento e condirettore Centro Studi Erikson: La rete di sostegno: valorizzazione della risorsa famiglia

Carmelo Masala, Dipartimento di Psicologia, Università di Cagliari: Centro territoriale provinciale di documentazione, risorse e servizi per l’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap

Marco Espa, Presidente A.B.C. Sardegna - Vicepresidente A.B.C. Federazione Italiana: La famiglia artefice dell’evoluzione del figlio disabile e referente nello sviluppo di politiche socio-sanitarie

 

13.15 COLAZIONE DI LAVORO

 

14.45 LA RISORSA FAMIGLIA NEL PROCESSO RIABILITATIVO DEL FIGLIO DISABILE

Cecilia Morosini, Istituto di Patologia dell’Apparato Locomotore, Università di Milano: La famiglia quale risorsa fondamentale per lo sviluppo del bambino con alterazioni cerebrali

Mario Cerioli, Responsabile del Servizio territoriale di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Azienda "Istituti Ospitalieri", Cremona: Qualità delle cure e qualità della vita: centralità del ruolo della famiglia

Alessandro Pigatto, Direttore Servizi Sociali U.L.S.S. 3 - Bassano del Grappa: La famiglia quale soggetto co-protagonista degli interventi sul bambino disabile

 

16.00 PAUSA

 

16.30 ESPERIENZE DI RIABILITAZIONE CON FAMIGLIE DI GIOVANI DISABILI

Marilena Pedrinazzi, Docente della scuola diretta a fini speciali per terapisti della riabilitazione, Università di Milano: Esperienze con famiglie protagoniste di programmi di riabilitazione intensivi

Andrea Tinti, Centro documentazione handicap, Bologna: Il bambino tra handicap e deficit

Dario Petri, Presidente A.B.C. Federazione Italiana: Il processo riabilitativo centrato sulla famiglia negli USA e in Canada: principi generali e valutazione della loro applicazione

 

17.30 INTERVENTI PROGRAMMATI E DIBATTITO

 

18.30 MOZIONE FINALE, CHIUSURA DEI LAVORI

 

Lo scopo del convegno

 

Il Convegno "Famiglia e handicap come risorsa" si propone di diffondere un approccio positivo dell’handicap e l’importanza del ruolo attivo e propositivo della famiglia del giovane disabile nella riabilitazione, nella scuola e nella società.

In particolare, il Convegno si propone di approfondire il ruolo della famiglia nel processo riabilitativo del bambino disabile. A tale scopo saranno illustrati i risultati di un recente studio, cui hanno preso parte sia studiosi e operatori del settore sia rappresentanti di Associazioni di genitori, promosso dal Ministero della Sanità a seguito delle problematiche sollevate dai genitori di bambini cerebrolesi che si rivolgono al Centro Doman di Filadelfia (USA).

Il principio ispiratore dei lavori della Commissione è stato quello di ritenere che per ottimizzare lo sviluppo dei potenziali fisici, psichici e sociali del bambino disabile, oltre alla sua qualità di vita, è fondamentale un approccio di cura centrato sulla famiglia. Da tale principio deriva che la famiglia deve essere stimolata a partecipare attivamente al processo riabilitativo, con prosecuzione delle attività anche nei contesti di vita del bambino. Lo studio ha permesso di concludere che attraverso tale tipo di approccio è possibile fornire non solo una pronta e adeguata risposta alle necessità riabilitative del paziente, ma anche a quelle emotive e sociali della famiglia.

 

 

Dal discorso del Santo Padre al simposio:

"La famiglia davanti alle alterazioni cerebrali dei propri figli"

(Città del Vaticano, 13.06.97)

 

La famiglia, luogo di amore e sollecitudine per i membri più bisognosi, può e deve essere la migliore collaboratrice per la scienza e la tecnica al servizio della salute. ... La famiglia è una comunità insostituibile per queste situazioni, e non unicamente per i costi ingenti che certe cure richiedono da parte delle Istituzioni sanitarie, quanto invece per la qualità, per il modo e la tenerezza delle cure sollecite che solo i genitori sanno dare con abnegazione ai propri figli. Queste famiglie, senza essere sostituite nella cura dei figli, dovrebbero ricevere dalla comunità circostante e da tutta la società gli aiuti necessari per rendere più effettiva la cura.

 

 

A.B.C. Triveneto:

chi siamo e quali sono i nostri obiettivi

 

Cerebrolesione: tutti sappiamo cosa si prova, quali immagini di disperazione vengano alla mente quando sentiamo questa parola. Come è allora possibile che famiglie in cui il dolore ha lacerato in profondità le coscienze e i rapporti trovino la forza per affermare che l’handicap può essere affrontato con fiducia ed essere considerato una risorsa? Cerchiamo nel seguito di spiegarlo.

Le famiglie di bambini con alterazioni cerebrali si scontrano quotidianamente contro una molteplicità di barriere, non tanto architettoniche o legate alla disabilità, quanto culturali e sociali, meno evidenti delle prime, ma proprio per questo più insidiose e difficili da superare.

Partendo dalla corretta consapevolezza che il disabile e la sua famiglia hanno bisogno di un’attenzione particolare, operando magari con le migliori intenzioni, si tende erroneamente a risolvere il "problema" offrendo un’assistenza di tipo quantitativo, come il numero di ore fornite per "sollevare" la famiglia dal suo "pesante fardello". Troppo spesso l’assistenza viene inoltre sentita come un dovere di chi ha il "privilegio" della "normalità" verso chi è "più sfortunato", e si traduce in una serie di iniziative assistenziali-stiche. Non è questo l’approccio corretto quando l’obiettivo da perseguire è la qualità della vita.

Le nostre famiglie non vogliono essere oggetto di queste forme di assistenza, che spesso tendono emarginarle dal bambino e a escluderle dal suo progetto di vita e dal suo processo di sviluppo. Le famiglie, soprattutto quelle dei disabili gravissimi, vogliono fiducia e speranza, vogliono essere responsabilizzate e agire come soggetti attivi, vogliono dimostrare quanto la loro presenza e il loro contributo siano importanti per la società: è questa l’essenza della qualità di vita di ogni essere umano.

Ecco perchè le nostre famiglie hanno scelto di rinunciare all’assistenza passiva e di diventare i principali artefici del processo evolutivo del figlio, di vivere l’handicap come una sfida, come un imperativo alla conquista di traguardi raggiungibili solo quando la forza di volontà diventa eroismo quotidiano. Se una famiglia trova la forza e il sostegno necessari per perseverare in questa scelta, il bambino può ottenere risultati incredibili; ma non si tratta di miracoli, è il frutto della fiducia, del coraggio, della perseveranza e di un lungo lavoro di riabilitazione.

I progressi dei bambini non sono però l’unico grande risultato raggiunto; anche la famiglia muta profondamente: non è più sopraffatta dalla tragedia e dalla disperazione, ma diventa forte e determinata, e trova la serenità di chi sa di aver fatto il massimo per il futuro del figlio.

Per fornire un’assistenza che mira alla qualità della vita occorre pertanto aiutare la famiglia a rielaborare la propria vita, a trasformare una tragedia in un’occasione di crescita personale e sociale; occorre responsabilizzarla e darle degli obiettivi da raggiungere, dei motivi per guardare al futuro con fiducia. Ma soprattutto è indispensabile promuovere un cambiamento culturale; è necessario riconoscere che l’esigenza vera e profonda dei bambini disabili, delle loro famiglie e, crediamo, di ogni essere umano è la fiducia in un mondo in cui non predomini il desiderio egoistico di emergere a tutti i costi, in cui la dignità di una persona non dipenda dalla sua utilità immediata, in cui prevalga la certezza di ricoprire comunque un ruolo da integrare con quello degli altri, nella ricerca del bene comune.

L’esperienza quotidiana delle nostre famiglie e dei loro volontari testimonia che tutto questo non è utopia, ma può essere conquistato grazie allo stendersi spontaneo della rete sociale e all’attivazione delle risorse che i nostri bambini "infelici" hanno saputo favorire, con la loro voglia di vivere, il loro entusiasmo, la loro allegria. Con il tempo abbiamo capito che questi bambini, costretti a vivere in una prigione grande quanto il loro corpo, eppure così felici ed entusiasti di vivere, sono i nostri maestri di vita e un patrimonio prezioso per la collettività; per questo li amiamo ancora di più e li consideriamo, sempre di più, un magnifico dono.

 

Introduzione al Convegno

 

MODELLO CULTURALE ancora diffuso:

società percepisce le esigenze dei disabili e delle loro famiglie come uno sgradevole obbligo

società soggetto attivo e propositivo - disabili e famiglie soggetti passivi

 

 

OBIETTIVI

assistenza (assistenzialismo)

interventi (educativi - sanitari - sociali)

sostegno (economico - giuridico - assistenziale)

abbattimento di barriere (architettoniche - ...)

SENTIMENTI DOMINANTI NEI FAMILIARI

rabbia - fallimento - impotenza - frustrazione - disperazione

 

 

NUOVO MODELLO CULTURALE:

società, disabili e famiglie soggetti attivi e propositivi

disabili e loro famiglie considerati risorse per lo sviluppo delle persone e della società

approccio positivo alla disabilità

OBIETTIVO

QUALITÀ DI VITA

PRINCIPI (esigenze di tutti, necessità è percepita maggiormente da chi soffre)

dignità persona non dipende dalla sua utilità immediata

ognuno ha un ruolo importante, integrato con quello degli altri

 

 

STRUMENTI

assistenza, interventi, sostegno (gli obiettivi del precedente modello culturale possono essere strumenti)

valorizzazione del disabile e della famiglia

ruolo attivo e propositivo del disabile e della famiglia (educativo-sanitario-sociale)

informazione - formazione - comunicazione

abbattere tutte le barriere (nei pregiudizi, nella ricerca, architettoniche, ...)

SENTIMENTI DOMINANTI NEI FAMILIARI

coraggio - entusiasmo - fiducia - speranza - serenità - responsabilizzazione - crescita

 

 

gli "infelici" bambini disabili sono eccezionali promotori di questa cultura

 

Per quanto riguarda la riabilitazione pediatrica, molti dei precedenti concetti sono contenuti nel documento finale che contiene i risultati di un recente studio promosso dal Ministero della Sanità a seguito delle problematiche sollevate dai genitori di bambini cerebrolesi che si rivolgono al Centro "Doman" (Institutes for the Achievement of Human Potential) di Filadelfia (USA)

 

 

Il ruolo della famiglia e del volontariato

nella promozione della salute

alla luce del piano sanitario 1998-2000

 

Prof. Claudio Calvaruso

Dirigente Generale Servizio Studi e Documentazione, Ministero della Sanità, Roma

 

 

 

1) Gli aspetti innovativi della promozione della salute riguardano soprattutto il ruolo di protagonismo e responsabilizzazione della società e del volontariato.

- La relazionalità, di cui questi due soggetti sono portatori, può aiutare a difendersi dalle patologie e a superarle.

- Non ci si è mai chiesti, infatti, quanto la relazionalità possa sviluppare la salute e moltiplicare le risorse individuali e della comunità.

2) Il Welfare è stato sempre valutato in termini di spesa sociale e soprattutto la cultura sanitaria è stata arroccata in questi anni in una posizione difensiva per limitare il taglio della "spesa sanitaria", senza offrire strategie di innovazione e di nuova progettazione del modello di Welfare.

3) La cultura sanitaria non ha partecipato, quindi, se non in materia molto parziale, al dibattito sul Welfare con un apporto costruttivo e di definizione di nuovi scenari, come sarebbe stato nelle proprie capacità.

4) La malattia è un caso emblematico di esclusione sociale e come tale i soggetti che ne sono stati colpiti ricadono in una problematica di welfare che oggi si sta muovendo rapidamente su scenari innovativi di superamento del vecchio Welfare.

5) L’infanzia "nella malattia" rappresenta l’esclusione dentro l’esclusione e richiede interventi complessi e diversificati.

6) Il piano sanitario 1998-2000 contiene le premesse per sviluppare in sanità un nuovo approccio ai problemi sanitari in grado di riportare la cultura sanitaria al centro del dibattito sul Welfare e di valorizzare le risorse anche di tipo relazionale e culturale che sono presenti all’interno del sistema sanitario.

7) In particolare, le parole-chiave del piano sanitario sono:

- il concetto di salute come benessere globale;

- il patto di solidarietà per la promozione della salute;

- il richiamo forte alla comunità e alla rete di intervento come strumento di realizzazione del benessere sociale.

8) In questo contesto i primi soggetti protagonisti dei processi di promozione della salute sono i cittadini, le famiglie ed il volontariato.

 

 

La Commissione ministeriale sulla riabilitazione pediatrica

 

Dott. Francesca Fratello

Ufficio Medico Legale, Ministero della Sanità, Roma

 

1. La Commissione di studio per il "metodo Doman"

All’inizio dell’anno 1995 l’allora Ministro della Sanità Prof. E. Guzzanti era venuto a contatto con una vicenda di notevole rilevanza per i risvolti umani e sociali, presentata da un gruppo di genitori di bambini cerebrolesi che seguono il metodo riabilitativo che da oltre vent’anni viene proposto dagli Istituti per il Raggiungimento del Potenziale Umano di Filadelfia, ideato e messo a punto dal terapista Glenn Doman e dal suo staff.

Il Ministero della Sanità, a seguito della sentenza del TAR della Toscana n.368/94 del 10.11.94 aveva, come richiesto dal giudice, interrogato il Consiglio Superiore della Sanità sulla validità tecnico-scientifica del metodo. Tale Consiglio, nelle sedute del 14.06.95 e 12.07.95 aveva espresso l’avviso circa l’assenza di validità medico-scientifica e di non documentabilità di beneficio terapeutico del metodo stesso.

La rappresentanza dei genitori dei bambini cerebrolesi riuniti in associazione, sosteneva tuttavia posizioni del tutto diverse e basate sulla volontà di dimostrare con casi concreti una diversa valutazione dei risultati riportati dall’applicazione della metodica stessa.

La realtà assistenziale del Paese registrava peraltro una notevole disparità di trattamento nei riguardi delle famiglie dei bambini cerebrolesi, in quanto molte regioni dimostravano atteggiamenti negativi, mentre altre ammettevano trattamenti riabilitativi effettuati con al metodica "Doman".

In questo complesso quadro di riferimento il Prof. Guzzanti ritenne opportuno demandare ad una apposita Commissione di studio composta, come richiesto dall’art.7 della legge quadro sull’handicap n.104/92, sia da eminenti rappresentanti del mondo scientifico che da genitori di bambini cerebrolesi, una ulteriore riflessione sulla questione. Nei compiti assegnati alla Commissione istituita con decreto del 24.10.95 veniva espressamente richiesto:

- l’approfondimento culturale per consentire uno scambio dialettico tra i sostenitori delle differenti posizioni scientifiche relative al metodo "Doman",

- la definizione, a seguito di suddetto scambio, di apposito protocollo di valutazione dei risultati clinici e osservazionali riportati dall’applicazione della metodica nei casi trattati;

- la definizione di criteri utili ad individuare in Italia i Centri che possono attuare le sperimentazioni del metodo "Doman".

Durante lo svolgimento dei lavori, la Commissione maturava l’esigenza di conoscere e di dibattere in modo approfondito i vari modelli di riferimento teorico, i vari tipi di prassi riabilitativa, le varie realtà di intervento riabilitativo, il coinvolgimento dei genitori, nonché i diversi linguaggi adottati e gli strumenti di valutazione. In particolare era tra l’altro emerso il convincimento che l’apprendimento attivo del bambino cerebroleso abbisogna di una buona mediazione del genitore, oltre che dell’insegnante, dell’educatore e del terapista; in numerose realtà familiari esiste infatti una attività di compartecipazione molto efficace dei familiari alle pratiche riabilitative. Inoltre, per forme di disabilità gravi, come quelle presenti in bambini cerebrolesi, non risultano sufficienti le prestazioni riabilitative erogate in alcuni contesti regionali dal S.S.N., espressione di un intervento di natura esclusivamente terapeutica, non attuativo dei principi della legge quadro sull’handicap n.104/92 che prevede un intervento globale sulla persona, con prestazioni di riabilitazione, di integrazione sociale e con il coinvolgimento dei genitori.

L’attività della Commissione ha fatto inoltre emergere l’ampiezza di una problematica che coinvolge tutto il settore della riabilitazione in Italia.

Al termine dei lavori, il 20.06.96, la Commissione espresse la necessità di proseguire l’attività aggregando genitori, mondo scientifico e organismi sanitari particolarmente qualificati in ambito di riabilitazione, per attuare la sperimentazione comparativa dei vari orientamenti riabilitativi. Da più parti era inoltre prevalsa l’esigenza di definire parametri obiettivi per la validazione di ogni metodica riabilitativa, nella consapevolezza della opportunità di individuare dei protocolli per indicare sia il programma degli interventi riabilitativi, sia i parametri per la valutazione dei miglioramenti, nonché dei questionari per la famiglia.

 

2. La Commissione di studio per la riabilitazione pediatrica

Sulla base dei risultati emersi dai lavori della Commissione con compiti osservazionali istituita dal Prof. Guzzanti, il Ministro della Sanità On. Rosy Bindi istituiva, con decreto del 26.05.97, una successiva Commissione di studio per la riabilitazione pediatrica, formata sia da studiosi della materia sia da rappresentanti di associazioni di genitori di bambini cerebrolesi, a cui assegnava i seguenti compiti:

- individuare i parametri obiettivi di validazione delle metodiche riabilitative;

- elaborare un protocollo di valutazione delle varie metodiche;

- indicare le caratteristiche e la durata di una sperimentazione multicentrica che applichi il protocollo su casi omogenei per età e patologia;

- coordinare l’attività di sperimentazione ai fini della valutazione dei risultati, riferiti alla globalità della situazione sociale e sanitaria della persona e quindi al miglioramento della qualità della vita.

Gli obiettivi di questa seconda Commissione contemplavano quindi un orizzonte più ampio, quello della riabilitazione pediatrica a tutto campo, per delinearne i principi fondamentali, da intendersi come denominatore comune da tenere presente da parte di tutti gli operatori del settore, pur nell’attuazione di metodologie diverse.

La Commissione ha inteso la riabilitazione del bambino cerebroleso come "un processo di apprendimento in condizioni patologiche" tendente a sviluppare il massimo dei potenziali fisici, psichici e sociali, affinché il bambino abbia la migliore qualità di vita possibile, inducendo nel contempo il benessere psico-sociale della famiglia. Il principio ispiratore dei lavori della Commissione è stato quindi quello di ritenere che, per meglio favorire la crescita del bambino con disabilità dello sviluppo, è fondamentale un approccio di cura centrato sulla famiglia. Da tale principio deriva che la famiglia deve essere stimolata a partecipare attivamente al processo riabilitativo, con prosecuzione delle attività anche nei contesti di vita del bambino. Attraverso tale tipo di approccio è possibile fornire non solo una pronta e adeguata risposta alle necessità riabilitative del paziente, ma anche a quelle emotive e sociali dell’intera famiglia.

Dal principio di centralità della famiglia la Commissione ha poi derivato i principi generali sulla base dei quali ha sviluppato il modello di prassi riabilitativa proposto e che potrebbe essere apprezzato come linea guida, denominatore comune da tenere presente, da parte di tutti gli operatori del settore, pur nell’attuazione di metodologie diverse.

Il lavoro della Commissione è articolato in tre parti:

la prima parte declina il principio ispiratore e i principi generali;

la seconda parte, in applicazione dei principi generali, contempla le caratteristiche del percorso riabilitativo, il ruolo della famiglia, le caratteristiche della rete riabilitativa ed il governo del sistema;

la terza, infine, pone l’attenzione sulle procedure riabilitative e sulla valutazione del percorso riabilitativo, tramite un protocollo di valutazione e verifica, basato sulla identificazione di funzioni condivise per la realizzazione di un programma terapeutico "olistico", che tenga presente la persona nella sua interezza: biologica, psichica e sociale. Il monitoraggio si attua sia sulla riabilitazione funzionale e sull’intero processo di cura che sulla compliance genitoriale.

3. La sperimentazione multicentrica di trattamenti riabilitativi effettuati da équipe multidisciplinari con la partecipazione dei genitori

Per completare nel modo più rigoroso gli interventi che il Ministero della Sanità ha inteso promuovere per corrispondere alla richiesta di assistenza ai bambini con gravissime disabilità dello sviluppo, alla fine del 1999 è stata attivata la fase di sperimentazione prevista dall’ultimo dei compiti assegnati alla Commissione. La sperimentazione, attuata con la partecipazione di più Centri distribuiti sul territorio Nazionale, dovrà permettere la valutazione dell’efficacia di metodiche riabilitative che prevedano non solo l’intervento di équipe multidisciplinari di specialisti, ma anche il coinvolgimento attivo dei familiari.

Il progetto e il processo di riabilitazione devono soddisfare i requisiti contenuti nelle "Linee guida del Ministro della Sanità per le attività di riabilitazione" e nel documento conclusivo dei lavori della "Commissione del Ministero della Sanità per la riabilitazione pediatrica". In particolare il progetto e il processo riabilitativo devono:

- identificare, definire in modo verificabile e documentare gli obiettivi (articolati temporalmente in obiettivi a breve, medio e lungo termine) che i professionisti e i familiari intendono perseguire mediante la proposta riabilitativa, con riferimento all’ottimizzazione della qualità di vita del bambino e della famiglia;

- definire gli strumenti che si intende utilizzare per raggiungere gli obiettivi riabilitativi;

- definire, con riferimento all’intero arco della giornata, le diverse attività da proporre al bambino al fine di ottimizzarne lo sviluppo; la scelta di tali attività deve essere adeguatamente motivata, e formulata anche sulla base delle indicazioni e delle aspirazioni dei familiari;

- prevedere il coinvolgimento della famiglia in tutte le decisioni che riguardano il progetto riabilitativo del figlio; in particolare, gli obiettivi della riabilitazione e la qualificazione del tempo del bambino dovranno essere condivisi con la famiglia;

- garantire una specifica formazione dei familiari, indispensabile per la loro integrazione nell’équipe riabilitativa;

- prevedere lo svolgimento del trattamento in ambito domiciliare da parte dei familiari;

- prevedere la valutazione dell’efficacia del programma riabilitativo mediante la verifica, nei tempi stabiliti, del raggiungimento degli obiettivi posti;

- prevedere adeguate forme per valutare la percezione soggettiva da parte della famiglia della qualità delle prestazioni ottenute.

Le caratteristiche anatomo funzionali delle minorazioni psico-fisiche nell’età evolutiva impongono un’osservazione di lunga durata (almeno tre anni). Tuttavia lo studio osservazionale può essere articolato in modo organico e consentire le rilevazioni di risultati corrispondenti agli obiettivi sopradescritti nel periodo di un anno.

 

Caratteristiche fondamentali

di una riabilitazione pediatrica di qualità

 

 

Prof. Francesco Pierelli

Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed (IRCCS), Pozzilli (IS)

 

 

 

Una delle esigenze fondamentali della riabilitazione pediatrica di qualità consiste nel fatto che venga fornita al bambino una quantità di trattamento riabilitativo che sia adeguata rispetto al grado della sua disabilità.

 

Questo è uno dei motivi per cui, se le circostanze familiari lo consentono, è utile coinvolgere la famiglia attraverso una sua partecipazione attiva al programma riabilitativo che può, almeno in parte, svolgersi in ambito domiciliare.

 

Secondo questa prospettiva l’équipe di specialisti che prende in carico il bambino, una volta definiti gli aspetti di sua competenza (diagnosi clinica, valutazione della disabilità, etc.) e stabiliti i progetti riabilitativi a breve, medio e lungo termine, può trovare nella famiglia un prezioso collaboratore nella elaborazione e nella esecuzione del programma riabilitativo.

 

Quanto questi principi siano effettivamente seguiti nella pratica comune sarà argomento di discussione in questo Convegno.

 

Sperimentazione multicentrica di trattamenti riabilitativi

che prevedono la partecipazione dei genitori

 

 

Dott.ssa Alda Pellegri

Centro Polivalente di Riabilitazione "Nostra Famiglia", Conegliano (TV)

 

 

La riabilitazione è un processo caratterizzato da una estrema dinamicità e molteplicità di interventi, garantiti nel corso della vita del bambino disabile da operatori diversi: genitori, tecnici della riabilitazione, insegnanti, educatori, assistenti e tutti coloro che di lui si prendono cura.

È sempre più necessario dare credibilità all'intervento riabilitativo: questo significa aver chiari obiettivi, strategie operative, ruoli, risultati, variabili intervenute, peso di ogni intervento e la sua intrinseca positività.

Tutto ciò spesso non avviene, per questo la Riabilitazione presenta ancora oggi, soprattutto in Italia, punti oscuri che impediscono di esprimere giudizi certi sulla validità di ciò che noi definiamo "trattamento riabilitativo".

La ricerca ministeriale sulla verifica dei trattamenti riabilitativi rappresenta una risposta a molti interrogativi posti dai genitori di bambini cerebrolesi a specialisti e responsabili della sanità italiana. E' condotta in base alle linee guida definite dalla Commissione sulla riabilitazione pediatrica su una casistica varia per età e gravità di patologia, seguita presso tre Centri in un anno di attività.

Il giudizio finale dovrà essere obiettivo e il più possibile certo, all'interno di ogni percorso verrà individuato ciò che sarà stato effettuato dai genitori, dagli operatori della Riabilitazione e dagli operatori della scuola.

Si terranno in particolare considerazione i percorsi formativi per genitori perché possano assumere un ruolo attivo e competente

 

 

 

Riduzione dell’handicap: tecnici e familiari insieme

 

Prof. Andrea Canevaro

Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Università di Bologna

 

 

1. La qualità del tempo

La presenza in contesto famigliare di un bambino o di una bambina in situazioni di handicap può cambiare il tempo, la sua organizzazione e la sua qualità, nei componenti del contesto, e in particolare in alcuni ruoli. Vi può essere un cambiamento nel segno negativo e della rinuncia - non possono più essere fatte molte attività, vedere certi amici con cui si facevano certe attività, andare al cinema, andare in vacanza ..... E vi può essere un cambiamento nel segno del dovere o anche del sacrificio - si devono fare certe attività, informarsi di certe cose, visitare certi luoghi....

2. L’appartenenza

La presenza di un bambino o di una bambina in situazione di handicap può rompere qualcosa che chiamiamo "appartenenza". "Facevamo parte di una realtà sociale, di un grupp di amici. Poi, con la nascita di Franca, non li abbiamo più visti". Il contatto con altre persone, altre famiglie che vivono la situazione di handicap, fa realizzare una nuova e diversa appartenenza.

3. La categorizzazione

I rischi della nuova appartenenza sono quelli delle categorie e delle categorizzazioni. Cosa vuol dire? Privilegiare o anche rendere assoluto il tipo di disabilità o di deficit come unico elemento su cui fondare la propria identità, rinunciando alla pluralità di elementi che è presente e propria di ogni identità. La categoria può far credere che l’unica comprensione vera sia esclusivamente all’interno di questa specifica e particolare appartenenza.

4. La "situazione di handicap" come contesto

La dizione "situazione di handicap" vuole prendere in considerazioone un contesto ed i suoi diversi protagonisti. Non, quindi, esclusivamente il soggetto handicappato, ma anche i soggetti coinvolti nel contesto. Questo significa che un processo riabilitativo ed educativo non può fare esclusivo riferimento al soggetto handicappato, ma deve ampliare il suo angolo d’intervento e prendere in considerazione i bisogni dei diversi soggetti e le loro possibilità di valorizzazione.

5. La valorizzazione dei ruoli

Attorno ad una situazione di handicap è bene chiarire quali professioni possono collocarsi, con quale specificità di contributo. Il quadro delle professioni d’aiuto non può essere lasciato all’intuizione o essere ritenuto scontato. Va chiarito e precisato volta per volta. Più questo quadro è chiaro, più possono essere valorizzate le competenze dei ruoli sociali, famigliari, amicali, di volontariato.

6. La valorizzazione del tempo

La valorizzazione del tempo è corrispondente alla valorizzazione dei ruoli. Se il tempo di un familiare - ad esempio - è completamente occupato dall’assistenza materiale, la valorizzazione è scarsa. Il nostro compito è quello di aprire la possibilità ad altre occupazioni, altri interessi.

Valorizzazione e sostegno della risorsa famiglia

 

Dott. Dario Ianes

Psicologia dell’educazione, Università di Trento

Condirettore Centro studi Erikson, Trento

 

 

Come rendere concreto ed efficace il concetto di "empowerment" familiare?

 

La risorsa famiglia viene sempre più valorizzata e riconosciuta partner attiva sia dei processi educativi/riabilitativi, sia della progettazione delle politiche sociali, ma devono essere messe a punto ancora meglio le strategie attive di "empowerment" (trasmissione di forza e competenze) e sostegno alla famiglia.

 

La ricerca più recente individua come prioritarie alcune strategie psicosociali, quali la "formazione dei genitori", i "gruppi di auto/mutuo aiuto" e gli "interventi di tregua", che si inquadrano bene nella cornice complesiva dello sviluppo di partnership attiva tra famiglie e servizi.

 

Centro territoriale provinciale di documentazione, risorse e servizi per l’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap

 

 

Carmelo Masala, Giorgio Mannu, Donatella Rita Petretto, Stefania Tiddia

Dipartimento di Psicologia, Università di Cagliari - Provveditorato agli Studi di Cagliari

 

 Attualmente il sistema formativo viene individuato come un sistema integrato che superi "qualsiasi forma di emarginazione attraverso un nuovo modo di concepire ed attuare la scuola (C.M. n° 275/95), ma che abbia un occhio vigile alla qualità della vita del singolo.

 

Strumento di tale sistema è la concertazione delle politiche svolte dai diversi soggetti (Ministeri, Regioni, Enti Locali, Aziende Sanitarie, Istituti di Ricerca, ...) da un lato e l’adattare gli interventi alle specifiche esigenze riferite al singolo disabile, alla sua famiglia e alla singola progettualità del nucleo scolastico cui questi fanno riferimento.

 

In quest’ottica il Provveditorato di Cagliari ha inteso attivare un Centro territoriale provinciale di documentazione, risorse e servizi per l’integrazione scolastica per le persone in situazione di handicap.

 

Vengono indicati i principi che ne ispirano l’istituzione e la sua specificità operativa.

 

 

La famiglia artefice dell’evoluzione del figlio disabile e

referente nello sviluppo di politiche socio-sanitarie

 

Marco Espa

Presidente A.B.C. Sardegna, Vice-Presidente A.B.C. Federazione Italiana

 

 

1. La famiglia artefice dell’evoluzione del figlio disabile

la famiglia è la sede privilegiata e naturale per la crescita del figlio

i genitori conoscono il proprio figlio meglio di chiunque altro e vogliono per lui le migliori opportunità di crescita

migliaia di famiglie hanno sperimentato con successo la partecipazione attiva nel processo riabilitativo del figlio: i progressi dei bambini migliorano e la famiglia diventa forte e determinata

gli studi più rigorosi e recenti (Università di Cagliari) lo dimostrano

2. Le Associazioni di familiari referenti nello sviluppo di politiche socio-sanitarie: l’esperienza e l’attività dell’A.B.C. Federazione Italiana

 

Sanità:

ruolo attivo della famiglia nella riabilitazione del figlio disabile

diritto alla scelta del trattamento riabilitativo, anche sollecitando la stesura di leggi Regionali

interventi del Ministro della Sanità (Circolari del Ministro per invitare le Regioni a sostenere le famiglie, Commissioni Ministeriali sul "metodo Doman" e sulla "Riabilitazione pediatrica")

invito a partecipare a simposi internazionali sulla "Famiglia di giovani con alterazioni cerebrali" (Vaticano)

 

Sociale:

diritto all’astensione retribuita dal lavoro per i familiari di disabili gravi anche quando l’altro genitore "lavora in casa" (artt.19 e 20, L.53 dell’8.3.00, G.U. 13.3.00)

progetto di legge per il pensionamento anticipato di genitori che assistono i propri figli disabili gravi

promozione di associazioni di famiglie su tutto il territorio nazionale, con servizi di auto-aiuto tra famiglie, in attuazione del principio della sussidiarietà che parte dal basso

organizzazione di Convegni nazionali sull’importanza del ruolo della famiglia di giovani disabili ("Come la famiglia, così la società", Cagliari 8-9.11.96; "Risorsa handicap. L’integrazione nella scuola dell’autonomia: progettare con la famiglia", Cagliari 5-6.3.99; "La riabilitazione domiciliare del bambino cerebroleso. La famiglia come terapia: l’unica vita possibile", Loano (SV) 16.4.99; "Istruzione domiciliare per bambini cerebrolesi", La Spezia, 27-28.11.99)

 

Istruzione:

progetto sperimentale sull’istruzione domiciliare che prevede la partecipazione attiva dei genitori

formazione a livello internazionale per docenti e dirigenti scolastici di ogni ordine e grado

 

 

Qualità delle cure e qualità della vita: la centralità del punto di vista della famiglia nella riabilitazione del figlio

 

 

Dott. Mario Cerioli

Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Azienda "Istituti Ospitalieri", Cremona

 

Shirley Hoxter con una frase molto semplice centra il problema riguardante la possibilità evolutiva del bambino disabile: "Il bambino che è traumatizzato da un handicap fisico a partire dalla nascita, inizia la sua vita con genitori traumatizzati dalla sua condizione e continua a crescere in una società traumatizzata dalla sua esistenza".

Come la nascita di un bambino handicappato è un evento sconvolgente per i genitori, così lo è anche per i professionisti, se pur in misura infinitamente minore.

Il rischio di questa situazione è quello del rifugio nella tecnica, del privilegiare l’agire al pensare e della scomposizione del piccolo paziente in un insieme di segmenti da trattare, al fine di allontanare dal pensiero gli aspetti più frustranti della patologia.

È stato più volte ribadita, soprattutto negli ultimi anni, l’importanza della continuità domiciliare del trattamento ad opera dei genitori del bambino disabile. Infatti è impensabile ottenere un significativo miglioramento delle condizioni del piccolo con appena due o tre ore settimanali di trattamento.

Sentimenti di fallimento e di impotenza davanti alla patologia, se non indagati e compresi, possono però condurre a reazioni depressive, di ansia, di stress senza via d’uscita.

Proprio per questo ci è sembrato importante indagare i livelli di ansia, di stress, di depressione e di desiderabilità sociale attraverso dei test mirati.

I risultati, riguardanti il nostro campione, non hanno evidenziato reazioni o vissuti profondamente negativi, anche se sono presenti note di malessere psicologico.

Dall’analisi dei risultati dei questionari sulla percezione di cura da parte dei genitori sono emersi dei dati molto significativi che ben evidenziano le parti critiche del processo di cura e, di contro, quelle maggiormente pecepite ed apprezzate.

I risulatti relativi ai giudizi dati nei confronti delle più rilevanti componenti di cura mostrano chiaramente come i genitori ripongano molta fiducia nelle possibilità di recupero fornite da un buon trattamento ed allo stesso tempo si ritengano soddisfatti delle cure svolte nel Servizio, anche se auspicano una maggiore chiarezza riguardo alla reale situazione del figlio ed alla valutazione della sua disabilità. Questo giudizio sostanzialmente positivo è condiviso anche dagli operatori che ritengono di offrire ai genitori e quindi al bambino stesso una qualità della cura di buon livello. L’approccio positivo richiama l’impegno a realizzare un processo partecipato di qualità della vita, dove le decisioni anche di tipo tecnico possano essere prese insieme ai genitori, evitando di farli trovare di fronte al fatto compiuto.

Il servizio ideale viene pensato come quello in cui viene dato il ruolo importante alla posizione dei genitori ed alle loro osservazioni e proposte, in modo da non relegarli al ruolo di spettatori.

 

La famiglia quale soggetto coprotagonista

degli interventi sul bambino disabile

 

Dott. Alessandro Pigatto

Direttore Servizi Sociali U.L.S.S. 3 - Bassano del Grappa

 

I servizi sociali dell’ULSS 3 sono stati sempre presenti, come partner della scuola, nell’esperienza di inserimento scolastico dei bambini disabili e proseguono poi nel compito di intervento educativo attraverso le strutture per disabili adulti.

Fino a qualche anno fa questi servizi erano totalmente diretti all’utente e la sua famiglia ne era fruitore indiretto.

Fra i più rilevanti e significativi effetti dell’evoluzione della cultura dell’integrazione dei soggetti disabili vi è stato però anche quello relativo alle loro famiglie. La famiglia del disabile deve essere vista come incrocio dei percorsi per l’integrazione.

L’aiuto alla famiglia deve essere sostegno alla stessa nello svolgimento delle sue funzioni affettive, curative, educative.

I familiari evidenziano sempre più un bisogno di contatto e vicinannza con altri che condividano la propria esperienza.

Queste considerazioni hanno portato il Servizio Disabilità, in questi ultimi anni, ad interventi - quali l’attivazione di gruppi di "Auto Mutuo Aiuto" e "Percorsi di Formazione" per familiari di disabili - che sempre più coinvolgono i familiari in esperienze mirate a sostenerli e non a sostituirli.

 

 

Esperienze con famiglie protagoniste di

programmi di riabilitazione intensivi

 

Dott. Marilena Pedrinazzi

 

Docente della scuola diretta a fini speciali per terapisti della riabilitazione, Università di Milano

 

 

Nella mia esperienza trentennale sono venuta a contatto sicuramente con oltre un migliaio di famiglie di bambini portatori delle sequele di un problema cerebrale.

In questi anni ho osservato come le famiglie si rendano presto conto di dover diventare risorsa sufficiente a loro stesse, ai loro figli e soprattutto al figlio più debole.

Spesso la famiglia non è una risorsa sufficiente perché manca, al suo interno, della "specializzazione" opportuna o non ha energie per fronteggiare le emergenze quotidiane.

Sono allora i Servizi (per i quali paghiamo le tasse!) che devono aiutare la famiglia a creare quella situazione ottimale affinché diventi risorsa per se stessa e per i suoi componenti.

Dal lavoro con le famiglie posso affermare che tutte le famiglie che hanno un bambino in difficoltà vogliono "fare" qualcosa per lui, ma hanno il problema di trovare un Servizio che dica loro cosa e come "fare".

Una famiglia sufficientemente supportata e accompagnata da Servizi intelligenti può diventare risorsa a se stessa e con l’aiuto di parenti, amici, volontari, trovare strategie che migliorino la qualità di vita di tutto il nucleo familiare.

 

 

 

 

Il bambino tra handicap e deficit

 

Dott. Andrea Tinti

 

Centro Documentazione Handicap, Bologna

 

 

La relazione si articola nei seguenti punti:

 

1) Distinzione tra handicap e deficit:

deficit = mancanza oggettiva di una o più funzioni

handicap = somma di deficit + barriere in senso lato (ostacoli esterni, materiali, culturali, ...)

2) Il ruolo della famiglia nell’educazione del bambino con deficit per il raggiungimento della massima autonomia; breve descrizione della mia esperienza personale

3) Formazione del personale socio-sanitario finalizzata al punto 2: fisioterapisti, operatori, medici, psicologi, pedagogisti, come supporto ai genitori e alla scuola, nell’educazione e crescita del bambino portatore di deficit neurologico o d’altro tipo.

4) L’importanza della prima informazione, nella comunicazione ai genitori, del deficit del neonato, mettendo in primo piano, accanto alle menomazioni, le residue capacità e potenzialità.

5) L’handicap come risorsa creativa sia per la persona portatrice di deficit sia per le persone più vicine, in primo luogo i genitori, i famigliari, gli amici

 

 

Il processo riabilitativo centrato sulla famiglia negli USA e in Canada: principi generali e valutazione della loro applicazione

 

a cura di Dario Petri

 

Presidente A.B.C. Federazione Italiana

 

I principi ispiratori della politica federale USA per persone con disabilità dello sviluppo sono contenuti nel Developmental Disabilities Assistance and Bill of Rights Act del 1994, il quale sancisce quanto segue: le persone con disabilità dello sviluppo e le loro famiglie

possiedono competenze, capacità e obiettivi personali che devono essere riconosciuti, sostenuti e incoraggiati;

giocano un ruolo decisionale primario nelle politiche e nei programmi che li riguardano.

 

Molte decisioni riguardanti l’interpretazione e l’applicazione delle leggi federali avvengono a livello locale da parte dei Consigli di Pianificazione Statale per le Disabilità dello Sviluppo (State Developmental Disabilities Planning Councils), composti da disabili, loro familiari e rappresentanti di agenzie statali che forniscono servizi ai disabili.

 

Negli anni 60 è stata fondata in USA l’Association for the Care of Children’s Health (ACCH), per promuovere la filosofia dell’approccio di cura centrato sulla famiglia (family-centerd care), che si basa sui seguenti principi generali:

i genitori sono risorse fondamentali nella vita del bambino;

il processo riabilitativo deve essere basato sulla cooperazione tra famiglie e professionisti, piuttosto che sull’autorità di questi ultimi;

i professionisti hanno un ruolo di sostegno alle responsabilità dei familiari;

per essere efficaci, i servizi e le strutture sociali devono basarsi sui valori, le preferenze, le priorità e le esigenze della famiglia.

 

L’ACCH comprende attualmente oltre 250 ospedali e strutture sanitarie, oltre 3000 professionisti di diverse discipline che operano nell’ambito della riabilitazione, numerosissimi familiari e sostenitori. Diverse Università si occupano di diffondere la filosofia della family-centered care e di condurre ricerche sullo sviluppo, l’attuazione e la valutazione dei servizi basati su tale approccio.

Negli anni 90 la ricerca ha iniziato a fornire risposte ai seguenti quesiti:

come i genitori percepiscono la realizzazione di un programma di cura centrato sulla famiglia?

come i servizi assistenziali riescono a rispondere alle aspettative di partecipazione, controllo e gestione della cura del bambino espresse dai genitori?

quali sono i modelli di servizi di riabilitazione più appropriati?

 

A tale scopo, il gruppo di ricerca multidisciplinare del Centro CanChild dell’Università di McMaster in Ontario (Canada), ha elaborato, in collaborazione con 19 centri di riabilitazione pediatrica, un modello concettuale dell’appoccio di cura centrato sulla famiglia. Secondo le intenzioni degli autori, il modello proposto potrebbe diventare un utile strumento per insegnare tale approccio e valutarne la qualità della realizzazione.

Il modello si basa sul seguente schema (P.L. Rosenbaum e coll., 1998):

 

Ipotesi fondamentali (riguardanti la famiglia)

i genitori conoscono i loro figli meglio di chiunque altro e vogliono il meglio per loro;

ogni famiglia è diversa e unica;

lo sviluppo ottimale del bambino avviene all’interno della famiglia e della comunità;

il bambino risente dello stress e della percezione della situazione da parte dei familiari.

 

Principi guida (riguardanti le interazioni genitori-professionisti)

ogni famiglia deve avere l’opportunità di decidere il grado di partecipazione alle cure del figlio;

i genitori devono essere i responsabili ultimi nella cura dei loro figli;

ogni famiglia e membro della famiglia deve essere trattato con rispetto;

devono essere tenute in considerazione le necessità di tutti i membri della famiglia;

deve essere incoraggiata e sostenuta la partecipazione di tutti i membri della famiglia.

 

Elementi chiave del modello di servizio (riguardanti le responsabilità dei servizi)

incoraggiare la presa di decisione da parte dei genitori;

assistere nell’individuazione dei punti di forza della famiglia;

fornire informazioni;

assistere nell’individuazione delle necessità;

collaborare con i genitori;

fornire servizi accessibili;

condividere le informazioni che riguardano il bambino;

rispettare le famiglie;

sostenere le famiglie;

ascoltare;

fornire servizi individualizzati;

accettare le diversità;

credere e avere fiducia nei genitori;

comunicare chiaramente;

considerare le necessità psico-sociali di tutti i membri della famiglia;

incoraggiare la partecipazione di tutti i membri;

rispettare le diverse strategie per affrontare la situazione;

incoraggiare l’uso di servizi di supporto da parte della comunità;

investire sui punti di forza della famiglia.

 

Il Centro CanChild dedica particolare attenzione all’identificazione degli elementi di soddisfazione/insoddisfazione dei servizi da parte genitori e degli aspetti che contribuiscono alla loro salute emotiva. Nel seguito è riportato un estratto di un questionario (liberamente tradotto) proposto in Canada per misurare quanto un Centro di Riabilitazione riconosce nella famiglia il centro delle proprie azioni (S.M. King e coll., 1996). Dal questionario è evidente come la qualità delle prestazioni fornite dal Centro siano valutate sulla base della percezione soggettiva dei genitori, come richiesto anche dal nostro Piano Sanitario Nazionale.

Ciascun quesito inizia nel seguente modo "Quanto gli operatori che curano vostro figlio ... " oppure "Quanto il Centro che vi fornisce i servizi ... "

 

Fattore n.1: valutazione dell’abilitazione e della collaborazione delle famiglie

vi fanno sentire un partner nella cura del vostro bambino?

vi forniscono opportunità di prendere delle decisioni sul trattamento?

vi riconoscono l’ultima parola sulle decisioni che riguardano il trattamento del bambino?

vi spiegano i motivi che portano a scegliere un dato trattamento o una data attrezzatura?

vi consultano quando viene discussa la scelta delle attrezzature e dei servizi?

vi sostengono e incoraggiano adeguatamente?

vi spiegano adeguatamente le scelte di trattamento?

ascoltano le vostre richieste sull’attrezzatura, sui servizi, ... che ritenete necessari per il figlio?

vi lasciano scegliere quando ricevere informazioni e il tipo di informazioni che desiderate?

vi forniscono l’opportunità di spiegare quali devono essere, per voi, gli obiettivi importanti del trattamento?

durante le visite al Centro, vi forniscono evidenti occasioni per illustrare quello che è importante per voi?

vi spiegano i dettagli del trattamento, ad es. le ragioni che lo motivano, il tipo e la durata della terapia?

rispondono esaurientemente alle vostre domande?

vi illustrano le opzioni di trattamento e di servizi disponibili (es. attrezzature, terapia, scuola, ...)?

anticipano le vostre preoccupazioni fornendo informazioni prima che voi le richiediate?

vi danno fiducia in qualità di "esperto" di vostro figlio?

 

Fattore n.2: disponibilità nel fornire informazioni generali

vi forniscono consigli su come ottenere informazioni o prendere contattato con altri genitori?

promuovono incontri tra genitori per favorire socialità, scambio di informazioni e di esperienze?

....

 

Fattore n.3: disponibilità nel fornire informazioni specifiche sul bambino

vi forniscono informazioni scritte sui progressi di vostro figlio?

vi forniscono informazioni scritte sulla terapia di vostro figlio?

....

 

Fattore n.4: approccio di cura coordinato e olistico per il bambino e la famiglia

pianificano insieme in modo da lavorare tutti nella stessa direzione?

guardano alle necessità del bambino nella sua globalità (es. esigenze mentali, emozionali, sociali) anzichè alle sole necessità fisiche?

sviluppano obiettivi a breve termine e a lungo termine per il bambino?

sono attenti alle sensazioni percepite dalla vostra famiglia nel crescere un figlio con esigenze particolari?

...

 

Fattore n.5: approccio di cura basato sul rispetto e sul sostegno

accettano voi e la vostra famiglia senza avere un atteggiamento di giudizio?

vi aiutano a sentirvi un genitore competente?

vi trattano come un pari, anzichè solo come un genitore o un paziente?

...

 

Le ricerche condotte hanno dimostrato che:

il beneficio dei servizi è maggiore quando i servizi sono centrati sulla famiglia e indirizzati alle problematiche identificate dai membri della famiglia;

esiste una correlazione tra la percezione della qualità dei servizi da parte dei genitori, il loro stato emotivo e di salute, con ripercussioni sullo sviluppo del bambino; i servizi centrati sulla famiglia aumentano inoltre il senso di soddisfazione dei genitori e, soprattutto, migliorano lo sviluppo del bambino;

i genitori percepiscono un controllo maggiore quando i servizi sono positivi e proattivi e promuovono la partecipazione e la competenza dei genitori, minore quando i servizi non rispondono alle esigenze dei familiari, sono paternalistici o falliscono nel riconoscere e nell’accettare le decisioni della famiglia;

i genitori identificano le capacità del bambino molto più facilmente dei terapisti.

La ricerca ha inoltre identificato le differenze tra la percezione dei genitori e quella dei professionisti nel definire l’importanza dei requisiti che caratterizzano un processo riabilitativo centrato sulla famiglia (P.L. Rosenbaum e coll., 1992):

 

Giudizio di importanza delle componenti di cura (COC)

 

 

professionisti

genitori

%2/7

componenti di cura

componenti di cura

%1/5

98.9

97.8

97.7

97.7

95.4

95.4

93.1

89.8

86.4

83.0

Trattamento della disabilità (4)

Partecipazione dei genitori (1)

Valutazione della disabilità (8)

Approccio multidisciplinare (14)

Supporto emotivo (12)

Coordinazione (7)

Formazione/informazione (2)

Consulenza sullo sviluppo (5)

Accessibilità/disponibilità cure (3)

Indicazioni preventive (15)

Partecipazione dei genitori (2)

Formazione/informazione (7)

Accessibilità/disponibilità cure (9)

Trattamento della disabilità (1)

Consulenza sullo sviluppo (8)

Diagnosi (12)

Coordinazione (6)

Continuità e consistenza (14)

Valutazione della disabilità (3)

Centralità della famiglia (15)

92.0

82.6

77.9

77.5

75.9

73.6

72.8

71.2

68.1

66.2

 

Note: - %M/N è la % di risposte in cui la COC è presente nelle prime M di N COC scelte

- tra parentesi è riportata la posizione della relativa COC nella graduatoria di confronto

 

In letteratura sono state individuate le principali modifiche da apportare all’organizzazione dei Centri di riabilitazione per realizzare un servizio centrato sulla famiglia (Law e coll, 1997):

inglobare i concetti della filosofia dei servizi centrati sulla famiglia tra gli obiettivi del centro;

migliorare la definizione e la pubblicazione delle abilità richieste all’équipe;

definire un individuo/gruppo responsabile delle strategie di cambiamento (leadership);

migliorare la comunicazione tra i centri sulle strategie più efficaci per attuare il cambiamento;

avere il supporto di un centro universitario per la valutazione dei risultati;

sviluppare strategie specifiche per ogni famiglia, con attenzione alle dinamiche personali;

identificare il ruolo dei membri della famiglia e sostenere l’adempimento di tale ruolo;

rendere i Centri più accoglienti, accessibili e funzionali alla nuova filosofia.

 

Le principali barriere alla realizzazione di un approccio di cura centrato sulla famiglia sono:

i limiti nelle risorse e negli orari;

i limiti nella condivisione della filosofia:

- i servizi sono riluttanti ad accettare un ruolo decisionale alla pari dei genitori, considerati ancora subordinati;

- la partecipazione delle famiglie può variare a seconda del grado di volontà a partecipare alla riabilitazione del figlio.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

 

CanChild, Center for Childhood Disability Research, McMaster University, 1280 Main Street West, Hamilton, Ontario, Canada L8S 4K1, (905) 525-9140, canchild@fhs.mcmaster.ca

 

National Rehabilitation and Information Center, http://www.naric.com

 

National Information Center for Childern and Youth with Disabilities, P.O. Box 1492, Washington, D.C., U.S.A., 20013-1492, (202) 884-8200, http://www.nichcy.org

 

The ACCH (Association for the Care of Children’s Health), http://look.net/ACCH/

 

Department of Health and Human Service Office fo the General Counsel (1994): The Developmental Disabilities Assistence and Bill of Rights Act, Administration on Developmental Disabilities, Department of Health and Human Services, http://www.acf.dhhs.gov/programs/add/dd-act.htm

King G.A., King. S.M., Rosenbaum P.L., Goffin R.: Family-centered caregiving and well-being of parents of children with disabilities: linking process with outcome, Jour. Ped. Psych., 1999, vol. 24, n.1, pp. 41-53.

King G.A., King. S.M., Rosenbaum P.L.: How mothers and fathers view professional caregiving for children with disabilities, Dev. Med. and Child Neur., 1996, vol.38, pp. 397-407.

King. S.M., Rosenbaum P.L., King G.A.: Parent’s Perceptions of caregiving: development and validation of a measure of processes, Dev. Med. and Child Neur., 1996, vol.38, pp. 757-772.

Law M e coll.: Implementing family-centred service in Ontario Children’s Rehabilitation Services, Neurodevelopmental Clinical Research Unit, McMaster University, Hamilton, Canada, 1997.

Rosenbaum P.L., King. S.M., Toal C., Puttaswamaiah S., Durrell K.: Home or cerebral palsy centre: where should the initial assessment of disabled childern be done?, Dev. Med. and Child Neur., 1990, vol.32, pp. 888-894.

Rosenbaum P.L., King. S.M., Cadman D.T.: Measuring processes of caregiving to physically disabled childern and their families. I: identifying relevant components of care, Dev. Med. and Child Neur., 1992, vol.34, pp. 103-114.

Rosenbaum P.L., King. S.M., Law M., King G.A., Evans J.: Family-centred service: a conceptual framework and research review. In M. Law Ed., Family-centred assessment and intervention in pediatric rehabilitation, Haworth Press, Inc., 1998.

Schreiber J.M., Effgen S.K., Palisano R.J.: The effectiveness of parental collaboration on compliance with a home program, Ped. Phys. Therapy, 1995, vol.7, pp. 59-64.

 

 

 

Ascoltiamo chi non parla ...

 

Andrea (11 anni, Verona)

Non riesco a fare molte cose, ma capisco quello che dite.

Non mi sono mai sentito un bambino isolato: sono circondato da molte persone che liberamente hanno scelto di credere in me e di farmi sperare in migliaia di cose che posso imparare a fare.

Ho imparato molte cose grazie al programma che mi viene insegnato dai miei genitori.

Ho chiesto alla mia mamma di raccontarmi la storia della mia vita, di quando sono nato. Volevo sapere perché le mie gambe hanno grosse palle pesanti che mi impediscono di muoverle come vorrei. La mia bocca non dice quello che penso e che sento.

 

Thomas (11 anni, Bassano del Grappa):

Tanto tempo fa, qualcuno disse che non ci sarebbe stato futuro per me.

La gente continua a vivere incollandosi a vecchi stereotipi, che soffocano con la loro grigia falsità tutta l’intelligenza umana. Io sono diverso e trovo offensivo questo modo di suddividere le persone in base a dei parametri puramente esteriori, che non sono stati stabiliti da Chi ci ha creato.

Io so che l’amore fa miracoli: succede tutti i giorni a casa mia. Negli ultimi cinque anni sto sommando gioie su gioie. Eppure sono sempre un diverso: un inutile pezzo di società in cerca della propria affermazione.

Anche se non so camminare e correre, la mia mente mi porta lontano dove si è tutti importanti allo stesso modo. Non servono grandi e gloriose vittorie per sentirsi importanti ed io sono ormai abituato a piccoli esempi più che a grandi dimostrazioni.

Essere capito nelle tue poche parole comprensibili, essere ammirato per le tue prime certezze nei movimenti: potete pensare cosa significano per me ?

Vi faranno sorridere le mie semplici fonti di soddisfazione. Non intendo sprecare il mio tempo cercando nei luoghi più lontani quello che può farmi felice. Tutto ciò di cui ho bisogno si trova vicino a me. È ogni oggetto che ora riesco a toccare; è ogni lettera che posso chiaramente leggere; ogni suono che sento senza sobbalzare.

Questo è il mio paradiso: ho solo dovuto imparare a riconoscerlo.

 

Iacopo (7.6.83 - 31.3.98, Genazzano, Roma)

Ogni tanto bisogna gurdarsi dentro,

affinché tutte le cose belle vengono fuori.

Finché tutti noi gioiamo delle cose belle della vita;

noi facciamo grandi sacrifici in pace con noi stessi.

 

Federica (Cuneo, 1996, all’età di 10 anni):

 

Purtroppo io ho delle estreme limitazioni che direi donano una sofferenza quasi insopportabile.

Dopo dieci anni di questa vita mi possono notare unicamente degli amici profondi che mi danno la possibilità di esprimermi quando stanno con me.

Sono un po' strana, ma sono anche gioiosamente consapevole che ogni attimo fino alla morte, quasi con immensa gioia, miracolosamente, lo si deve vivere intensamente.

Proprio non dobbiamo lasciare che il nostro dolore ci impedisca di essere noi, straordinariamente, fino in fondo.

 

Dario (Cagliari)

Sento il dovere di rappresentare parecchi amici disabili impossibilitati a comunicare. Sono Dario, uno autistico che da circa un anno sto comunicando col computer, grazie soprattutto dei nostri genitori.

Sono spesso molto serio e tanto ansioso, sicuramente dovuto al mio problema di sempre. Oggi parlo con sincerità e schietezza, sicuramente non era, non è, e non sarà facile superare, io lo definisco il mio incubo. Noi tutti siamo guerrieri. E come guerrieri combattiamo il nostro male, siamo prigionieri dentro il nostro corpo, impossibilitati a compiere i giusti movimenti.

Comunque ringrazio Dio per come sono e per le facoltà che mi ha dato. Anch’io amo la vita, con tutti i sacrifici annessi e connessi.

 

Davide (11 anni, Bassano del Grappa)

Sono grato a questa vita perché mi sento amato. Sono contento di me e vorrei che lo foste anche voi (genitori). Vorrei regalare al papà un viso sorridente e solo tanti grazie per tutto quello che fa per me.

domanda: Cosa ti piace di più? risposta: Mi piacciono tutte le cose belle delle vita

domanda: Cosa in particolare? risposta: L’amore dei miei genitori

 

Silvia (13 anni, Loano (SV))

domanda: Il tuo rapporto con gli altri è migliorato da quando hai imparato a scrivere con la comunicazione facilitata?

risposta: Si, è già da tanto (tempo) che mi si tratta da (persona) responsabile. Sono stufa del modo in cui mi tratta la gente che non mi conosce - sarei equamente giudicata se (non) mi mancasse la possibilità di dire quello che voglio?

 

 

Riflessioni di un padre (Giorgio, Loano (SV)):

Nelle lunghe notti trascorse a seguire l’incerto respiro di Silvia è nata l’esigenza che il patrimonio di esperienze, di dolore e di qualche gioia delle centinaia di nostre famiglie non andasse disperso, ma divenisse "sapere comune", arricchito dall’apporto di tutti coloro che combattono con noi l’incerta battaglia della vita quotidiana dei nostri figli.

Per questo ci siamo organizzati in Associazione: le nostre famiglie vogliono "solo" continuare ad accudire, seguire, aiutare, riabilitare i loro bambini. Perché li amano, li amano disperatamente. E continueranno a farlo, combattendo contro il mondo intero, se necessario. Ma riusciranno a farlo meglio se qualcuno darà loro una mano.

 

Estratti da elaborati riguardanti un compagno di classe cerebroleso (4° elementare, Bassano del Grappa)

É un’esperienza bellissima conoscere un bambino come lui, si possono imparare moltissime cose. Quando lo vedo non so più cosa dire, questa sensazione è davvero entusiasmante, è come quando vedi una persona che ti è cara (Sveva).

Giocare con lui è un po' faticoso e ci vuole molta pazienza, perché non riesce a fare certe cose. ... Forse il modo migliore per superare la sua malattia dipende da noi ...(Andrea).

Ho detto a mia madre cosa pensavo di lui, mia mamma mi ha abbracciata (chissà perché ?) (Valeria).

Io cercherò di non essere mai assente, così imparerò tantissime cose per dopo dirtele, così tu imparerai quanto ho imparato io (Davide).

Lui mi è simpatico, ma mi fa anche un po' ... paura. Forse perché ho un po' paura non riesco a stargli molto vicino; devo un po' abituarmi. Gli piace fare scienze, oggi ho notato che gli interessava e stava attento. É molto intelligente, più di tutti i bambini della sua età, e più di quanto noi credessimo.

Le persone ammalate, non malattie tipo il raffreddore o il mal di gola, ma nel senso che hanno una malattia che non si può più guarire, mi danno la forza di essere felice anche se sono triste ... e mi fanno capire che loro vivono felici ... perché hanno chi li ama come noi e vengono trattati come noi (Arianna).

Mozione finale

 

I partecipanti al Convegno Nazionale "Famiglia e handicap come risorsa: l’unica via possibile", tenutosi a Bassano del Grappa il 27 Maggio 2000,

 

dichiarano che è ancora troppo diffuso un modello culturale in cui:

la società percepisce le esigenze espresse dai disabili e dalle loro famiglie come uno sgradevole obbligo;

la società e i professionisti ricoprono un ruolo attivo, mentre i disabili e le loro famiglie assumono un mero ruolo passivo: i professionisti progettano, decidono, realizzano e valutano le iniziative che ritengono più opportune, mentre le possibilità di intervento attivo e propositivo da parte dei disabili e delle loro famiglie sono praticamente nulle;

gli obiettivi delle iniziative a favore della disabilità sono spesso l’assistenza e il sostegno offerti alla famiglia.

 

Affermano che, quando l’obiettivo da perseguire è la QUALITÀ DI VITA, è essenziale ispirarsi ai seguenti principi:

gli "infelici" bambini disabili possono essere eccezionali promotori di una cultura in cui ogni persona ha pari dignità e in cui il ruolo di ognuno è integrato con quello degli altri;

ogni disabile è una ricchezza, e può essere un’importante fonte di stimoli di arricchimento umano e morale, una risorsa per lo sviluppo sociale;

i genitori conoscono i figli meglio di chiunque altro e vogliono per loro le migliori opportunità di sviluppo; essi sono quindi una risorsa fondamentale per l’evoluzione del figlio;

il progetto di vita e il processo evolutivo del giovane disabile sono basati sulla centralità della famiglia e sulla sua partecipazione attiva;

lo sviluppo ottimale del giovane disabile richiede fiducia nelle sue potenzialità e in quelle della famiglia.

 

Chiedono quindi con forza al Governo, al Parlamento, alle Regioni e agli Enti Locali di assumere azioni concrete al fine di promuovere il MIGLIORAMENTO DELLA QUALITÀ DI VITA, con particolare riferimento a:

formare presso l’opinione pubblica la coscienza che i disabili e le loro famiglie sono un patrimonio sociale;

formare presso gli operatori la coscienza che l’assistenza, il sostegno, l’abbattimento di barriere, il riconoscimento dei diritti delle persone disabili e delle loro famiglie sono strumenti, non obiettivi;

valorizzare tutte le risorse potenziali dei disabili e delle loro famiglie;

promuovere il ruolo sociale attivo e propositivo dei disabili e delle loro famiglie, favorendo specialmente:

la loro partecipazione alla progettazione, realizzazione e valutazione delle iniziative volte a fornire assistenza, sostegno, servizi, risorse, occasioni di sviluppo e di integrazione;

la collaborazione e il sostegno reciproco tra famiglie di persone disabili;

riconoscere la famiglia quale sede privilegiata e naturale, nucleo centrale del processo evolutivo del figlio disabile e promuovere il suo ruolo quale artefice principale del processo evolutivo (riabilitativo-educativo) del figlio; specificatamente:

aiutare le famiglie a rielaborare la propria vita sulla base dell’amore verso il figlio e di propri ideali;

informare, formare e aggiornare i familiari, al fine di permettere la comprensione della diagnosi del figlio e delle possibili opzioni utili a favorirne lo sviluppo;

permettere alle famiglie di decidere liberamente il grado di partecipazione al percorso evolutivo del figlio; tale partecipazione deve essere stimolata, incoraggiata e sostenuta;

promuovere la realizzazione del processo evolutivo della persona disabile in ambito familiare-domiciliare;

prevedere per ogni percorso di sviluppo proposto dai professionisti degli obiettivi evolutivi definiti assieme ai familiari e in modo chiaro e verificabile: l’efficacia del percorso di sviluppo dovrebbe essere valutata verificando il raggiungimento, nei tempi previsti, degli obiettivi prefissati;

accreditare le équipe di professionisti non solo in base alle competenze, ma anche alla percezione soggettiva delle famiglie della qualità delle prestazioni ottenute;

garantire alle famiglie il diritto alla scelta del percorso evolutivo ritenuto più idoneo (art.5.l e 12 L.104 del 5.2.92);

favorire il ruolo attivo del volontariato nello sviluppo dei giovani disabili e nel sostegno alla loro famiglia, ottimizzandone l’efficacia di intervento;

promuovere l’abbattimento di tutte le barriere, non solo quelle architettoniche, ma soprattutto quelle culturali e sociali, oltre a quelle nella ricerca scientifica e nell’applicazione delle conoscenze ottenute;

favorire la partecipazione attiva, propositiva e consapevole dei disabili e delle famiglie alla ricerca scientifica (art.5.a L.104 del 5.2.92) e riconoscere che tale ricerca è fondamentale per il miglioramento della qualità di vita, ma non può fornire risposte a tutte le necessità delle famiglie.

Bassano del Grappa (VI), 27 maggio 2000

 

 

Struttura del documento conclusivo della

Commissione per la riabilitazione pediatrica del

Ministero della Sanità

 

 

Il documento conclusivo dei lavori della Commissione per la riabilitazione pediatrica delinea gli aspetti fondamentali di un qualsiasi processo di riabilitazione in età pediatrica, inteso come "un processo di apprendimento in condizioni patologiche" tendente a sviluppare il massimo dei potenziali fisici, psichici e sociali, affinché il bambino abbia la migliore qualità di vita possibile, inducendo nel contempo il benessere psico-sociale della famiglia.

Il documento, avente una lunghezza di circa cento pagine, è articolato in tre parti.

 

La prima parte declina il principio ispiratore dei lavori della Commissione e i principi generali ai quali dovrebbe attenersi un qualsiasi percorso riabilitativo in età pediatrica.

 

La seconda parte "Applicazione dei principi generali" contempla le principali caratteristiche del percorso riabilitativo ed è suddivisa nelle seguenti sezioni:

- le caratteristiche del percorso riabilitativo, articolato nelle tre fasi "individuazione della disabilità", "presa di contatto con l’équipe riabilitativa" e "il processo riabilitativo";

- il ruolo, l’informazione, la formazione e il sostegno della famiglia;

- le caratteristiche della rete riabilitativa, che affronta le tematiche relative all’organizzazione e alla competizione tra équipe riabilitative, oltre a definire i principali compiti dei professionisti dell’équipe riabilitativa;

- il governo del sistema, basato sia sulla valutazione, sull’accreditamento e sulla incentivazione delle équipe riabilitative, sia sulla diffusione delle informazioni;

 

Nella terza parte "Le procedure" pone infine l’attenzione sulle procedure riabilitative sulla valutazione del percorso riabilitativo, tramite un protocollo di identificazione, valutazione e verifica di funzioni condivise, per la realizzazione di un programma terapeutico "olistico", che considera cioè la persona nella sua interezza, biologica, psichica e sociale. La valutazione avviene sia sui risultati della riabilitazione funzionale, sia sull’intero processo di cura, sia sulla compliance genitoriale.

 

Il documento è concluso da un insieme di allegati riguardanti sistemi di classificazione internazionali, scale per la valutazione motoria e per la valutazione dell’autonomia, il protocollo di identificazione, valutazione e verifica di funzioni condivise, questionari per la misura del processo di cura e della compliance genitoriale.

 

Citando il Presidente della Commissione, dott.ssa Francesca Fratello, il documento "potrebbe essere apprezzato come linea guida, denominatore comune da tener presente, da parte di tutti gli operatori del settore, pur nell’attuazione di metodologie diverse".

 

Nel seguito vengono riportate per esteso:

- la prima parte del documento;

- gli strumenti proposti per la valutazione del processo di cura e della compliance genitoriale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commissione per la riabilitazione pediatrica

Documento conclusivo

Prima parte: Il principio ispiratore e i principi generali

 

Il principio ispiratore dei lavori della Commissione è stato quello di ritenere che per meglio favorire la crescita del bambino con disabilità dello sviluppo è fondamentale un approccio di cura centrato sulla famiglia. Da tale principio deriva che la famiglia deve essere stimolata a partecipare attivamente al processo riabilitativo, con prosecuzione delle attività anche nei contesti di vita del bambino. Attraverso tale tipo di approccio è possibile fornire non solo una pronta e adeguata risposta alle necessità riabilitative del paziente, ma anche a quelle emotive e sociali dell’intera famiglia.

Dal principio di centralità della famiglia discendono i principi generali sulla base dei quali è stato sviluppato il modello di prassi riabilitativa proposto come riferimento dalla Commissione. I seguenti principi sono considerati di importanza fondamentale dalla Commissione:

 

RIABILITAZIONE PRECOCE

DIAGNOSI PRECOCE

QUALITÀ DELLA COMUNICAZIONE DELLA DIAGNOSI

TRATTAMENTO TEMPESTIVO

QUALITÀ DEL TRATTAMENTO RIABILITATIVO

ARTICOLAZIONE DEL PROGETTO RIABILITATIVO PER OBIETTIVI

PLURALITÀ DI APPROCCI TERAPEUTICI E SCELTA DEL TRATTAMENTO

TRATTAMENTO DOMICILIARE INTENSIVO

PARTECIPAZIONE DELLA FAMIGLIA AL PROGETTO E AL TRATTAMENTO RIABILITATIVO

QUALITÀ DELL’INFORMAZIONE FORNITA ALLA FAMIGLIA

FORMAZIONE DELLA FAMIGLIA

ANALISI DEL CARICO PSICOLOGICO DELLA FAMIGLIA

INTEGRAZIONE MULTIDISCIPLINARE NELLA ÉQUIPE RIABILITATIVA

COLLEGAMENTO TRA STRUTTURE CLINICHE E RETE RIABILITATIVA

COORDINAMENTO TRA ÉQUIPE RIABILITATIVE

VALUTAZIONE E ACCREDITAMENTO DELLE ÉQUIPE RIABILITATIVE

 

Tali principi sono brevemente illustrati in questa prima parte del documento.

 

RIABILITAZIONE PRECOCE

I risultati più recenti delle neuroscienze confermano l’importanza della riabilitazione precoce, in particolare in età evolutiva. Essi, infatti, pongono l’accento sul ruolo dell’ambiente come fattore organizzante lo sviluppo. Il nostro patrimonio genetico, pur nella sua complessità, non è infatti sufficiente da solo a spiegare il processo dello sviluppo, frutto invece di una serie di eventi epigenetici, sia embrionici sia ambientali, atti ad attivare specifici geni in differenti momenti dello sviluppo. Ad essi si aggiungono fattori ambientali (nutritivi, sensoriali, sociali, di apprendimento, ecc.), capaci di modellare il sistema nervoso, modificando l’attività neurale.

Fornire al sistema nervoso, sia quando intatto sia in caso di lesione, le informazioni ambientali corrette è fondamentale per garantire un corretto sviluppo. Il ruolo delle informazioni è poi specifico per le varie funzioni e per le varie epoche dello sviluppo. La riabilitazione ha quindi un ruolo cruciale, offrendo al sistema nervoso quelle informazioni capaci di permettere il massimo sviluppo delle sue potenzialità residue, nei momenti chiave dello sviluppo.

I due momenti, essenziali e tra loro embricati nel percorso riabilitativo precoce del bambino, sono quelli della diagnosi precoce e del trattamento tempestivo.

DIAGNOSI PRECOCE

La diagnostica moderna dispone di mezzi, clinici e strumentali, che rendono possibile e doverosa, oltre che indispensabile, la diagnosi di una malattia sin dagli inizi del suo manifestarsi, sia nei suoi aspetti eziologici che nei suoi quadri funzionali. Per esempio, l’identificazione dei soggetti portatori di paralisi cerebrali può e deve essere fatta oggi fin dalle prime settimane di vita (i casi di diagnosi più tardiva sono errori diagnostici). Mentre la neuroradiologia ci consente di visualizzare "in vivo" le lesioni cerebrali causa della paralisi, la semeiotica neuroevolutiva del neonato ci permette di valutare se sono presenti menomazioni motorie, sensoriali e dell’equilibrio neurovegetativo alla base di possibili alterazioni dello sviluppo.

La competenza prognostica è anche alla base di ogni studio di valutazione dell’efficacia dell’intervento riabilitativo, inteso come modifica della storia naturale.

 

QUALITÀ DELLA COMUNICAZIONE DELLA DIAGNOSI

L'esperienza maturata in questi ultimi decenni sia a livello nazionale che internazionale ha evidenziato come la diagnosi precoce e la tempestività del trattamento debbano essere accompagnate da una particolare attenzione alla qualità della comunicazione della diagnosi che viene data ai genitori.

Studi piuttosto articolati e che hanno confrontato anche patologie diverse associate a disabilità dello sviluppo, hanno evidenziato come sia importante informare accogliendo la coppia genitoriale, essendo capaci di sostenerla in un momento della loro esistenza di genitori quanto mai drammatico.

 

TRATTAMENTO TEMPESTIVO

La malattia o la lesione limitano nel soggetto le sue potenzialità adattative verso l’ambiente (capacità motorie, sensoriali, cognitive, della comunicazione). Da questo derivano esperienze sensoriali distorte, incapacità motoria, deformità, disturbi della comunicazione, disturbi nella relazione genitori-bambino, paralisi dell’intenzione nel bambino stesso. Il risultato finale, in associazione alle barriere frapposte dall’ambiente, è quello di giungere alla disabilità e all’handicap.

Il trattamento, attraverso il quale si realizza il progetto riabilitativo, deve giungere "in tempo" per modificare quanto più è possibile questa storia naturale. Spesso, anche se non sempre, l’inizio del trattamento coincide con quello della diagnosi di menomazione. Il suo scopo può, almeno all’inizio del processo lesivo, anche limitarsi a far sì che il soggetto non intraprenda spontaneamente strade di recupero errate, attraverso modalità comportamentali che possono essere fortemente limitanti per la futura efficacia della funzione.

 

QUALITÀ DEL TRATTAMENTO RIABILITATIVO

Le caratteristiche del trattamento riabilitativo dovranno variare in rapporto alla disabilità funzionale del bambino e dei suoi bisogni in una data fase dello sviluppo. La proposta riabilitativa potrà di volta in volta vertere prevalentemente sulla riabilitazione funzionale, sull’intervento educativo, sulla cura degli aspetti adattativi o su altri aspetti. La tipologia, l’intensità e la durata del trattamento riabilitativo dovranno essere scelti in accordo con le "Linee guida del Ministro della Sanità per le attività di riabilitazione" e agli obiettivi del progetto riabilitativo. Obiettivi e strumenti della proposta riabilitativa dovranno essere condivisi tra équipe riabilitativa e famiglia. L’équipe riabilitativa dovrà essere in grado di fornire sufficiente multidisciplinarietà, integrazione e globalità all’intervento. La rete riabilitativa dovrà essere in grado di mantenere al presa in carico riabilitativa anche nella difficile fase di passaggio tra l’età evolutiva e quella adulta del soggetto con disabilità dello sviluppo.

 

ARTICOLAZIONE DEL PROGETTO RIABILITATIVO PER OBIETTIVI

Si ritiene essenziale che nel progetto riabilitativo siano identificati, definiti in modo verificabile e documentati gli obiettivi (articolati temporalmente in obiettivi a breve, medio e lungo termine) che i professionisti e i familiari intendono perseguire mediante il trattamento riabilitativo. Deve inoltre essere fornita una chiara definizione degli strumenti che si intende utilizzare per raggiungere tali obiettivi.

Questi requisiti rappresentano un presupposto indispensabile per effettuare una verifica dei risultati raggiunti, e una conseguente conferma dell’efficacia del programma riabilitativo.

 

PLURALITÀ DI APPROCCI TERAPEUTICI E SCELTA DEL TRATTAMENTO

Nel rapporto paziente-terapeuta è fondamentale il diritto di scelta informata. Questo è particolarmente cogente nel caso di un bambino con disabilità dello sviluppo perché l’equilibrio di un nucleo familiare con un bambino disabile dipende da un elevato numero di variabili significative (ad es. legate alla patologia, al paziente stesso e alla sua famiglia, all’ambiente socio-culturale, ecc.) che non permettono di definire univocamente una precisa tipologia di trattamento. Il diritto di scelta del trattamento è prerogativa della famiglia del bambino disabile. Per preservare alla famiglia il diritto di scelta, questa deve essere adeguatamente informata delle diverse proposte terapeutiche possibili che soddisfano i principi esposti in questo documento e, in particolare, che prospettano un percorso riabilitativo basato su obiettivi e successiva verifica del raggiungimento di detti obiettivi.

 

TRATTAMENTO DOMICILIARE INTENSIVO

È riconosciuto che un trattamento intensivo svolto in ambito domiciliare, oltre a fornire le premesse per l’ottimizzazione della qualità di vita del bambino e della famiglia, è essenziale per evocare tutte le potenzialità del bambino e, soprattutto, per permettergli di generalizzare i propri apprendimenti alla vita quotidiana, momento indispensabile per il successo terapeutico.

 

PARTECIPAZIONE DELLA FAMIGLIA AL PROGETTO

E AL TRATTAMENTO RIABILITATIVO

La mobilitazione dell’ambiente familiare è spesso problematica, ma sarebbe una grave omissione non considerarla con la dovuta attenzione sin dall’inizio, tenendo nel debito conto la condizione di stress emotivo-affettivo conseguente alla rivelazione della menomazione, soprattutto quando i professionisti trascurano di far sì che la diagnosi si traduca in una "sentenza di malattia" dalle conseguenze talora devastanti, pregiudicando la stessa possibilità di scelta del trattamento tempestivo e più corretto.

La famiglia deve infatti essere coinvolta in tutte le decisioni che riguardano il progetto riabilitativo del figlio. In particolare, gli obiettivi del progetto riabilitativo e la qualificazione del tempo del bambino devono essere definiti con il consenso informato dei familiari.

È riconosciuto inoltre che la partecipazione attiva dei familiari al trattamento riabilitativo è necessaria e indispensabile; essa costituisce infatti uno tra i principali elementi che definiscono la qualità del trattamento, in quanto:

- crea un sistema affettivo - sociale che consente un continuum tra il bambino e il processo terapeutico, riducendo il rischio di frammentazione degli interventi;

- in una realtà dove la percezione spesso è una competenza più potente della comprensione, il bambino ha bisogno di poter contare su qualcuno in grado di decodificare segnali, linguaggi, richieste, rassicurandolo;

- permette di generalizzare l’apprendimento del bambino nella vita quotidiana;

- responsabilizza il bambino in un contesto educativo e di apprendimento delle regole fino all’adattamento sociale;

- permette ai genitori di recuperare e perfezionare un proprio ruolo nell’educazione e nello sviluppo del figlio e di diventare artefici dei suoi progressi; stimola a reagire ai problemi in modo ottimistico, può ridurre la condizione di stress e di disagio psico-sociale, aumenta la sensazione di benessere psicologico. Tutto questo produce benefici effetti sulla qualità di vita del bambino, e migliora il rapporto affettivo tra i genitori e il bambino stesso, riducendo il rischio di istituzionalizzazione;

- porta i familiari a considerare il bambino nella dimensione antropologica di persona, con tutti i diritti e i doveri delle altre persone, eliminando gli stereotipi storico-culturali sui disabili; la famiglia non solo trova così la forza di condividere con il figlio i drammi dell’esistenza, ma può diventare essa stessa agente di crescita umana all’interno dei propri contesti socio-culturali;

- informa e rassicura i genitori, li rende consapevoli dei microcambiamenti del bambino e li aiuta a riconoscerli come progressi, ad avere fiducia nella modificabilità strutturale e funzionale del figlio, e a partecipare creativamente a tale processo;

 

Al contrario, quando il progetto e il programma riabilitativo sono interamente delegati ai professionisti, vi è il rischio che gli sforzi tesi a contrastare l’ingravescenza della cronicità del bambino siano percepiti come inutili; questo può condurre a una situazione psicologica di "passività appresa" con la conseguente demotivazione della famiglia nei confronti del processo riabilitativo e un aumentato rischio di istituzionalizzazione.

Pur nella identificazione e nel rispetto dei reciproci ruoli e competenze di professionisti e genitori, alla famiglia deve quindi essere riconosciuto il ruolo di soggetto attivo nella riabilitazione del figlio.

 

QUALITÀ DELL’INFORMAZIONE FORNITA ALLA FAMIGLIA

In conformità a quanto previsto dalla L.104/92 art.5, alla famiglia deve essere garantita fin dall’inizio una qualificata informazione di carattere sanitario e sociale sull’argomento delle cerebropatie infantili. La famiglia deve inoltre essere informata sulle presenti disposizioni ministeriali, sull’organizzazione dei servizi, sulle peculiarità di ciascun Centro di Riabilitazione Pediatrica situato nel territorio regionale e sulle caratteristiche dei maggiori Centri Nazionali. La funzione di orientamento delle famiglie assume infatti un’importanza prioritaria in un modello sanitario che voglia garantire l’uniformità del trattamento in un ambito di autonomie regionali.

 

FORMAZIONE DELLA FAMIGLIA

Ai familiari, l’équipe riabilitativa deve garantire una specifica formazione, indispensabile per la loro integrazione nell’équipe stessa. Tale formazione consiste anche nella condivisione informata con i genitori degli scopi e delle modalità specifiche del lavoro di riabilitazione funzionale, in atto in quel momento con il bambino. L’équipe dovrà avere una sensibilità alle problematiche relazionali, che aiuti i genitori a comprendere il proprio figlio nella sua realtà più completa e nei suoi bisogni più reali, focalizzando l’attenzione sulla globalità dei bisogni del bambino. Questa impostazione costituisce il contenuto fondamentale dell’alleanza terapeutica e del lavoro di formazione della famiglia.

 

ANALISI DEL CARICO PSICOLOGICO DELLA FAMIGLIA

Partendo dal principio generale secondo il quale, per meglio favorire la crescita di un bambino con disabilità dello sviluppo, è essenziale un approccio centrato sulla famiglia, emerge il problema di comprendere quali possano essere le precondizioni e le precauzioni da tenere in considerazione affinché tale coinvolgimento possa avere pieno successo e non venga invece limitato da ostacoli non previsti o non debitamente considerati. Ci si riferisce alla necessità di evitare che un tale coinvolgimento venga eseguito con una insufficiente analisi delle variabili che possono influenzare positivamente o negativamente il buon funzionamento della famiglia come agente riabilitativo. Già da tempo si sono raccolte in letteratura evidenze della presenza di particolari problemi che possono presentarsi in una famiglia che deve prendersi cura di un malato. Sono state raccolte prove di disturbi psicologici, talvolta anche gravi, nei cosiddetti caregivers. Altre ripercussioni della patologia dell’assistito investono quella che viene definita come area del carico oggettivo (problemi economici, lavorativi, sociali, di svago, nella gestione del tempo libero, ...). Ognuno di questi aspetti può assumere un proprio ruolo nel limitare e complicare il processo riabilitativo e, se non debitamente analizzato e mantenuto sotto controllo, può impedire che la famiglia assuma un ruolo positivo nella riabilitazione e possa utilizzare adeguatamente le risorse di cui dispone. Per tale motivo gli aspetti inerenti al carico psicologico della famiglia vanno riconosciuti e mantenuti sotto controllo, attraverso l’uso di metodologie di indagine delle problematiche sociali e psicologiche, ma grazie principalmente alla presenza nell’équipe riabilitativa di valenze e competenze relazionali, capaci di analizzare di volta in volta le dinamiche relazionali dei e tra i membri della triade riabilitativa (bambino, famiglia, équipe), e svolgendo un lavoro psicologico preventivo e terapeutico. A tale proposito si sottolinea l’importanza del lavoro di formazione della famiglia, descritto in altro paragrafo. Si ricorda infine che il carico oggettivo in sé e il livello di disabilità non svolgono un’influenza diretta sulle problematiche sociali e psicologiche, se non in concomitanza con altre variabili, tra cui una scorretta gestione del management riabilitativo.

 

INTEGRAZIONE MULTIDISCIPLINARE NELLA ÉQUIPE RIABILITATIVA

L’impostazione olistica alla riabilitazione delineata nel presente documento richiede una polivalenza terapeutica - educativa - sociale, con tutta una serie di competenze e di strumenti introdotti a seconda del tipo di disabilità e della fase del percorso riabilitativo, e adattati alle attuali conoscenze delle neuroscienze. Tale impostazione richiede quindi una riorganizzazione dei servizi di riabilitazione, che devono funzionare nell’ottica di un’équipe multidisciplinare in grado di proporre e realizzare trattamenti terapeutici ben integrati tra loro; questo richiede una elevata sinergia e collaborazione tra i tutti componenti dell’équipe riabilitativa.

Nel processo riabilitativo è infatti essenziale considerare il bambino nella sua dimensione antropologica di persona, ed è quindi importante evitare ogni tendenza a frammentarlo nell’insieme dei sintomi associati alla disabilità, proponendo soluzioni terapeutiche scarsamente coordinate.

 

COLLEGAMENTO TRA STRUTTURE CLINICHE E RETE RIABILITATIVA

Questo collegamento è insieme un momento culturale e organizzativo, entrambi indispensabili per il bambino. La prognosi della malattia include, infatti, la necessità, da parte del medico, di avere anche competenze riabilitative, intese come capacità di valutare le potenzialità dell’azione riabilitativa su quel tipo di patologia, in quel particolare bambino. Queste competenze devono quindi essere presenti nell’équipe che segue la patologia anche nella sua fase acuta, ospedaliera. Le modalità per garantire questa presenza potranno essere diverse (dalla presenza del medico con competenze riabilitative in ambito pediatrico come elemento stabile dell’équipe, a quella di una consulenza riabilitativa esterna all’équipe diagnostica), a seconda delle caratteristiche del servizio specialistico.

Oltre che ai fini prognostici, il riabilitatore è essenziale per impostare gli aspetti del trattamento nella stessa fase acuta, spesso semplici ma essenziali, come la care del prematuro in terapia intensiva neonatale, l’inizio della riabilitazione del paziente neurochirurgico (traumatizzato cranico od altro) ed ogni altra patologia internistica od ortopedica (e sono moltissime) che sia suscettibile di intervento riabilitativo.

Altro punto molto importante è la continuità del processo riabilitativo. A questo proposito ogni Regione dovrebbe dotarsi delle competenze e delle strutture riabilitative essenziali, intendendo con questo non solo i Servizi distrettuali, ambulatoriali, ma anche i Centri di riferimento provinciali e regionali per le principali patologie e complicanze connesse con il processo riabilitativo. Per i casi previsti in vari progetti del Ministero della Sanità, le dimensioni di alcuni Centri potranno essere sovraregionali. Sia pur nel rispetto delle scelte dei genitori, il dotare in modo più uniforme il territorio nazionale degli elementi della rete, potrà ridurre la dimensione della migrazione (spesso Sud-Nord) di pazienti per consulenza riabilitativa.

Nello stesso tempo dovrebbe essere promossa e garantita la continuità tra strutture cliniche, rete riabilitativa e servizi medico-legali di accertamento. Con questa espressione si intende il rilievo, anche etico, di una effettiva trasmissione e comprensione delle informazioni riguardanti il bambino con bisogno riabilitativo, tra ospedale, prevalentemente diagnostico, i vari livelli della rete riabilitativa territoriale, e i servizi medico-legali di accertamento dell’invalidità e dell’handicap. Questa continuità si rende necessaria anche per poter debitamente considerare la storia delle singole persone.

Tra le varie iniziative possibili per garantire una corretta ed efficace comunicazione, si sottolinea l’importanza di stabilire e pretendere l’adozione di un linguaggio comune, sufficientemente chiaro e condiviso tra la medicina diagnostica e quella riabilitativa, la possibile adozione di un libretto riabilitativo che accompagni sempre il paziente, l’inclusione di questo coordinamento tra gli elementi necessari per gli accreditamenti. La maggior coerenza e comprensione tra le figure sanitarie può contribuire in maniera significativa anche alla chiarezza del messaggio trasmesso alla famiglia.

 

COORDINAMENTO TRA ÉQUIPE RIABILITATIVE

Per migliorare la qualità e la pluralità delle prestazioni offerte, è essenziale che ogni Centro di Riabilitazione faccia riferimento anche ad altre fonti di esperienza. È quindi di fondamentale importanza una elevata sinergia, a livello Regionale e Nazionale, tra équipe che si occupano di riabilitazione in età pediatrica e una migliore definizione delle competenze e peculiarità di ciascuna di esse. A tale scopo devono essere definite delle procedure volte a regolare e incentivare la collaborazione tra équipe riabilitative, che potrebbe svilupparsi all’interno di bacini di norma, ma non necessariamente, coincidenti con il territorio Regionale.

Di particolare rilievo la collaborazione con Centri di riferimento, ad alta specializzazione, di 3° livello e con gli IRCCS, favorendo attraverso una adeguata informazione l’orientamento e la scelta dei genitori.

Nell’ambito dell’attuale evoluzione della situazione economico-politica internazionale, i collegamenti e le collaborazioni con Centri Europei e Internazionali sono inoltre di estrema importanza, in particolare con riguardo alle attività di ricerca e di sperimentazione.

Va inoltre assicurata la condivisione delle informazioni tra tutti coloro che sono coinvolti nella cura del bambino; ne deriva la necessità di collaborazione con la scuola, altri specialisti, e le agenzie che a vario titolo si occupano del bambino.

 

VALUTAZIONE E ACCREDITAMENTO DELLE ÉQUIPE RIABILITATIVE

Per attivare il sistema qualità previsto dal P.S.N. 1998-2000 è essenziale una valutazione a livello Regionale e Nazionale del servizio offerto da ogni singolo Centro di riabilitazione e, in particolare, da ciascuna équipe riabilitativa, che consenta un confronto obiettivo e affidabile tra le diverse parti del sistema. In particolare è necessario prevedere adeguate forme per valutare la percezione soggettiva della qualità delle prestazioni da parte della famiglia.

In un sistema che utilizza risorse pubbliche da un lato e si pone come garante della qualità delle prestazioni offerte dall’altro è essenziale prevedere, oltre ai requisiti minimali richiesti ai Centri di Riabilitazione dalla normativa vigente, anche standard di accreditamento nazionale delle équipe di operatori professionisti basati sulle metodologie di lavoro. La conformità dell’attività svolta da ciascuna équipe ai principi sopra esposti dovrebbe costituire requisito essenziale per l’accreditamento.

 

 

Commissione per la riabilitazione pediatrica

Documento conclusivo:

Valutazione del processo di cura

L’adeguatezza della cura rispetto al principio/obiettivo di porre il bambino e la famiglia al centro del percorso riabilitativo passa attraverso la identificazione dei più rilevanti fattori di cura evidenziati nella prima e nella seconda parte del documento e la loro valutazione retrospettiva da parte dei professionisti e dei genitori coinvolti nel trattamento di un bambino. Di seguito sono riportate le più rilevanti componenti di cura:

 

A) partecipazione dei familiari al trattamento

B) sua prosecuzione in ambito domiciliare

C) il trattamento stesso

D) educazione dei familiari

E) informazione dei familiari

F) accessibilità delle cure

G) utilità delle cure

H) valutazione della disabilità

I) programma riabilitativo

L) coordinamento degli interventi

M) sostegno emotivo alla famiglia

 

 

Lo strumento proposto per valutare l’adeguatezza del processo riabilitativo è un questionario che sonda gli aspetti della prassi riabilitativa attuata che corrispondono ai fattori di cura sopra indicati: nel suo sviluppo, originale, si è fatto riferimento, oltre ai principi contenuti nella prima parte di questo documento, ad alcuni lavori della Unità di ricerca clinica neuroevolutiva della Mc Master University, Ontario, Canada.

Il questionario, è sostanzialmente identico per i professionisti e per i genitori, con le opportune necessarie varianti in relazione al ruolo di chi risponde. Per i primi sarà una misura del processo di cura attuato, per i secondi una misura della percezione della cura ricevuta.

La somministrazione del questionario può essere prevista al compimento di una delle varie tappe in cui si articola il percorso riabilitativo e/o secondo necessità.

 

 

STRUMENTO PER LA MISURA DEL PROCESSO DI CURA (forma per i professionisti)

 

(1) Molto scarso (2) Scarso (3) Non saprei (4) Sufficiente (5) Buono/ottimo

componenti di cura  

Quale valutazione attribuisce

Fase della collaborazione

     

1

2

3

4

5

A

1

al ruolo avuto dai genitori nella presa di decisioni circa il bambino?

         

E

2

al grado di informazione dato ai genitori sulle condizioni del bambino, le cause, la prognosi?

         

A E

3

al grado di informazione dato ai genitori sulle possibili alternative per decidere come curare il b.?

         

G

4

al grado di prontezza nel rispondere alle richieste dei genitori?

         

F

5

alla facilità di accesso, collocazione, parcheggio e orari di apertura del servizio?

         

E

6

al grado di informazione dato ai genitori circa la evoluzione successiva del bambino?

         

M

7

al sostegno dato alla famiglia attraverso la lettura e la comprensione della ansietà che deriva dal crescere un bambino portatore di disabilità?

         

D M

8

alla consulenza data alla famiglia e al bambino circa le reazioni ed i problemi entro e fuori la famiglia?

         

D M

9

all’orientamento dato alla famiglia per accedere ad altre consultazioni di sostegno?

         

C F

10

alla continuità delle cure date al bambino ad ai genitori?

         

C

11

alla consistenza delle cure, con particolare riferimento alla eventuale esigenza di intensività delle stesse?

         

L

12

al coordinamento attuato in occasione di valutazioni diagnostiche o cure ricevute da altri servizi?

         

L

13

al coordinamento attuato in occasione dell’ingresso a scuola, del passaggio di ciclo, per l’inserimento scolastico del b.?

         

E H

14

alla precisione e chiarezza delle diagnosi date?

         

D E

15

alle informazioni date ai genitori per documentarsi attraverso letture o altri strumenti di informazione?

         

M

16

alla facilitazione al contatto con altri genitori e/o formazione di gruppi di genitori o iniziative di solidarietà?

         

H

17

alla precisione con cui è stata valutata la disabilità?

         

E H

18

alla chiarezza della valutazione della disabilità?

         

A E H

19

alla condivisione coi genitori della valutazione della disabilità?

         

A B C M

20

al riconoscimento che la famiglia abbia l’ultima parola sulle decisioni riguardanti il trattamento del bambino ?

         

F

21

alla facilità di accesso ad altri servizi specialistici in grado di fornire prestazioni diagnostiche, valutative e terapeutiche?

         

D E M

22

alla informazione e discussione circa il futuro scolastico, le possibilità occupative, la vita sessuale, matrimoniale e la possibilità di divenire genitore?

         

E M

23

all’orientamento dato verso la fruizione di sostegno non professionale ( volontariato, associazioni di genitori, iniziative ricreative, di sollievo parentale, di self-care )?

         

L M

24

alla supervisione dei professionisti attraverso possibilità di discussione comune circa i problemi emergenti e le dinamiche relazionali?

         

L

25

al lavoro di gruppo attraverso incontri per la valutazione della attività svolta, indipendentemente dai genitori?

         

A E L

26

al lavoro di gruppo attraverso incontri per la valutazione della attività svolta, assieme ai genitori?

         

A D E

27

alla precisione e chiarezza con cui si è comunicato coi genitori circa la evoluzione della disabilità, i progressi e la eventuale necessità di ulteriori cure?

         

A B D E I

28

alla precisione, chiarezza e condivisione con voi genitori del programma riabilitativo, attraverso l’identificazione di obiettivi, modalità, materiale necessario, tempo necessario e ruoli?

         

A B C D E M

29

al grado di informazione incoraggiamento e sostegno dato alla famiglia nel condurre il programma domiciliare?

         

A B D I

30

alla verifica della attuazione del programma in ambito domestico?

         

A B M

31

alla vostra fiducia nei genitori come persone esperte del bambino?

         

G

32

alla utilità del trattamento dato per l’evoluzione del bambino?

         

C

33

al tempo destinato al trattamento del bambino?

         

E L

34

alla informazione, indirizzo e guida alle facilitazioni socio-assistenziali?

         

A M

35

al grado di fiducia maturato da parte dei familiari nei confronti del personale medico?

         

A M

36

al grado di fiducia maturato da parte dei familiari nei confronti del personale non medico?

         

C

37

alla adeguatezza del trattamento rispetto alla prognosi espressa sulla evoluzione del bambino?

         

E

38

alle informazioni disponibili circa la rete locale dei servizi (pubblicazioni, Carta dei Servizi, ecc.)?

         

A B M

39

al grado di riconoscimento dato ai genitori come partners nella cura del bambino?

         

 

 

STRUMENTO PER LA MISURA DEL PROCESSO DI CURA (forma per i genitori)

 

(1) Molto scarso (2) Scarso (3) Non saprei (4) Sufficiente (5) Buono/ottimo

componenti di cura  

Quale valutazione attribuisce

Fase della collaborazione

     

1

2

3

4

5

A

1

al ruolo da voi avuto nella presa di decisioni circa il bambino?

         

E

2

al grado di informazione ricevuto sulle condizioni del bambino, le cause, la prognosi?

         

A E

3

al grado di informazione ricevuto sulle possibili alternative per decidere come curare il b.?

         

G

4

al grado di prontezza nel rispondere alle vostre richieste?

         

F

5

alla facilità di accesso, collocazione, parcheggio e orari di apertura del servizio?

         

E

6

al grado di informazione ricevuto circa la evoluzione successiva del bambino?

         

M

7

al sostegno ricevuto attraverso l’ascolto e la comprensione della ansietà che deriva dal crescere un bambino portatore di disabilità?

         

D M

8

alla consulenza ricevuta da voi e dal bambino circa le reazioni ed i problemi entro e fuori la famiglia?

         

D M

9

all’orientamento messo in atto perchè possiate accedere ad altre consultazioni di sostegno?

         

C F

10

alla continuità delle cure date al bambino ed a voi?

         

C

11

alla consistenza delle cure, con particolare riferimento alla eventuale esigenza di intensività delle stesse?

         

L

12

al coordinamento attuato in occasione di valutazioni diagnostiche o cure ricevute presso altri servizi?

         

L

13

al coordinamento attuato in occasione dell’ingresso a scuola, del passaggio di ciclo, per l’inserimento scolastico del b.?

         

E H

14

alla precisione e chiarezza delle diagnosi date?

         

D E

15

alle informazioni disponibili per documentarsi attraverso letture o altri strumenti di informazione?

         

M

16

alla facilitazione al contatto con altri genitori e/o formazione di gruppi di genitori o iniziative di solidarietà?

         

H

17

alla precisione con cui è stata valutata la disabilità?

         

E H

18

alla chiarezza della valutazione della disabilità?

         

A E H

19

alla condivisione manifestata nella valutazione della disabilità?

         

A B C M

20

al riconoscimento che la famiglia abbia l’ultima parola sulle decisioni riguardanti il trattamento del bambino?

         

F

21

alla facilità di accesso ad altri servizi specialistici in grado di fornire prestazioni diagnostiche, valutative e terapeutiche?

         

D E M

22

alla informazione e discussione circa il futuro scolastico, le possibilità occupative, la vita sessuale, matrimoniale e la possibilità di divenire genitore?

         

E M

23

all’orientamento dato verso la fruizione di sostegno non professionale ( volontariato, associazioni di genitori, iniziative ricreative, di sollievo parentale, di self-care )?

         

L M

24

alla supervisione dei professionisti attraverso possibilità di discussione comune circa i problemi emergenti e le dinamiche relazionali?

         

L

25

al lavoro di gruppo attraverso incontri per la valutazione della attività svolta, indipendentemente da voi genitori?

         

A E L

26

al lavoro di gruppo attraverso incontri per la valutazione della attività svolta, assieme a voi genitori?

         

A D E

27

alla precisione e chiarezza con cui vi è comunicato circa la evoluzione della disabilità, i progressi e la eventuale necessità di ulteriori cure?

         

A B D E I

28

alla precisione, chiarezza e condivisione con voi genitori del programma riabilitativo, attraverso l’identificazione di obietti- vi, modalità, materiale necessario, tempo necessario e ruoli?

         

A B C D E M

29

al grado di informazione incoraggiamento e sostegno ricevuto nel condurre il programma domiciliare?

         

A B D I

30

alla verifica della attuazione del programma in ambito domestico?

         

A B M

31

alla fiducia mostrata in voi come persone esperte del bambino?

         

G

32

alla utilità del trattamento svolto per l’evoluzione del bambino?

         

C

33

al tempo destinato al trattamento del bambino?          

E L

34

alla informazione, indirizzo e guida alle facilitazioni socio-assistenziali?

         

A M

35

al grado di fiducia maturato da parte vostra nei confronti del personale medico?          

A M

36

al grado di fiducia maturato da parte vostra nei confronti del personale non medico?          

C

37

alla adeguatezza del trattamento rispetto alla prognosi espressa sulla evoluzione del bambino?          

E

38

alle informazioni disponibili circa la rete locale dei servizi ( pubblicazioni, Carta dei Servizi, ecc.)?          

A B M

39

al grado di riconoscimento che vi è stato dato come partners nella cura del bambino?          

 

Commissione per la riabilitazione pediatrica

Documento conclusivo:

Valutazione della compliance genitoriale

 

La stesura di un programma di trattamento a domicilio si pone come risorsa per la valorizzazione da parte dei genitori del proprio ruolo e come passo decisivo verso un approccio riabilitativo globale, nella aspettativa che contribuisca alla migliore espressione delle potenzialità del bambino.

Misurare la compliance genitoriale permetterà di acquisire informazioni circa questo aspetto della prassi riabilitativa, verificandone l’effettiva applicazione, l’utilità ed i problemi che pone.

Un più preciso significato deriverà dall’incrocio di questi dati con quelli derivanti dalla misura della percezione della cura da parte di genitori e professionisti, dalla misura della evoluzione della disabilità e della qualità della vita.

Il questionario allegato potrà essere somministrato ai genitori ed ai professionisti coinvolti nel trattamento del bambino, in occasione delle verifiche più importanti o annualmente. Il questionario sarà somministrato agli uni ed agli altri con le ovvie opportune varianti e costituirà, in un caso, la autovalutazione da parte dei genitori e, dall’altro, la misura della compliance dei genitori da parte dei professionisti.

 

QUESTIONARIO PER LA MISURA DELLA COMPLIANCE GENITORIALE

CIRCA IL PROGRAMMA DI TRATTAMENTO DOMICILIARE

(forma per l’autovalutazione da parte dei genitori)

Ai Genitori di _________________________________________

Siete pregati di rispondere ad ogni domanda cerchiando il numero corrispondente a quello che ritenete il vostro grado di adeguatezza rispetto a quanto stabilito. Le risposte ci permetteranno di capire meglio come procede il lavoro.

 

A

Credo di aver capito il programma domiciliare per mio figlio così come concordato.

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

B

Sono stato in grado di portare avanti il programma domiciliare tanto spesso quanto previsto.

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

C

Sono stato in grado di portare avanti ogni seduta per il tempo previsto

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

D

Credo di essere stato capace di portare aventi il programma domiciliare

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

 

 

QUESTIONARIO PER LA MISURA DELLA COMPLIANCE GENITORIALE

CIRCA IL PROGRAMMA DI TRATTAMENTO DOMICILIARE

(forma per l’autovalutazione da parte dei professionisti)

Agli Operatori di _________________________________________

Siete pregati di rispondere ad ogni domanda cerchiando il numero corrspondente a quello che ritenete sia stato il grado di adeguatezza dei familiari rispetto a quanto stabilito. Le vostre risposte ci permetteranno di capire meglio come procede il lavoro.

 

A

Credo che i familiari abbiano capito il programma domiciliare così come concordato.

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

B

I familiari sono stati in grado di portare avanti il programma domiciliare tanto spesso quanto previsto.

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

C

I familiari sono stati in grado di portare avanti ogni seduta per il tempo previsto

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

D

Credo che i familiari siano stati capaci di portare aventi il programma domiciliare

1) Molto poco 2) Poco 3) Non saprei 4) Sì 5) Molto bene

 

 

Associazioni di famiglie di disabili dell’Unione Europea

La Coface

 

Confederazione delle Organizzazioni di Famiglie delle Persone Handicappate dell’Unione Europea, Rue de Londres, 17, B-1050, Bruxelles (tel. 0032.2.5114179 fax. 0032.2.5144773)

 

Anna Maria Comito

Presidente COFACE - HANDICAP c/o UFHA - Roma (tel. 06.3213976 fax. 06.67795110)

 

Cosa è la COFACE ?

 

La Coface è un’organizzazione non politica e non confessionale composta da associazioni nazionali di familiari di natura generale o specifica. La COFACE è composta da 70 organizzazioni ripartite negli Stati membri dell’Unione europea e in Ungheria e rappresenta diversi milioni di genitori e bambini. La COFACE agisce da collegamento tra le organizzazioni familiari e le Istituzioni europee, e si impegna a promuovere la dimensione familiare nelle politiche comunitarie.

COFACE - HANDICAP è membro di COFACE, si è costituita nel 1998 per portare con maggiore fermezza e incisione, a tutti i livelli, le tematiche e i bisogni delle famiglie con persone disabili.

 

COFACE HANDICAP considera la famiglia uno dei luoghi privilegiati in grado di promuovere il pieno sviluppo della persona handicappata duramente tutto l’arco della sua vita.

 

COFACE HANDICAP è un’associazione inter-nazionale senza scopo di lucro, costituitasi nel ‘98 con organizzazioni di famiglie avendo al suo interno uno o più persone Handicappate. È retta da una legge belga del 25.10.19. Attualmente raggruppa più di 35 Associazioni provenienti dai vari Stati dell’U.E..

La sua sede sociale è quella della Confederazione delle Organizzazioni di famiglie dell’U. E..

 

COFACE HANDICAP è l’unica Organizzazione dell’U.E. che affronta in modo trasversale le problematiche delle famiglie coinvolte nella disabilità, nella incapacità e nelle situazioni di Handicap di uno o più dei loro membri.

 

COFACE HANDICAP si propone di armonizzare a livello europeo le politiche sociali per la tutela della dignità delle persone handicappate e delle loro famiglie e considera come fondamentale il rispetto della persona qualunque sia il grado della sua disabilità.

 

COFACE HANDICAP è rappresentata ufficialmente in diversi organi consultivi a livello dell’Unione Europea. Mantiene contatti regolari con:

- Parlamentari europei,

- L’Inter-Gruppo di persone Handicappate,

- Il Gruppo di Alto Livello sull’Handicap,

- I Funzionari della Commissione europea.

Svolge funzioni di stimolo e di promozione a livello degli Organi competenti dell’U.E..

 

COFACE HANDICAP è membro del Foro Europeo delle Persone Handicappate (E.D.F.).

 

COFACE HANDICAP difende con fermezza:

- i diritti dell’uomo, delle persone handicappate e delle loro famiglie, cioè:

- la loro dignità;

- il diritto a una vita di qualità;

- il diritto a una rete di servizi e di strutture adeguate ai bisogni;

- il diritto agli ausili tecnici e alle nuove tecnologie;

- il diritto all’assistenza sanitaria, sociale, economica, giuridica necessaria per vivere una vita dignitosa;

- il diritto agli aiuti umani necessari, trattandosi in particolare di persone che hanno disabilità con gravi problemi di dipendenza e/o non possono essere in grado di rappresentarsi;

 

COFACE HANDICAP si pone gli obiettivi di:

- Promuovere il rispetto dei diritti e degli interessi delle persone Handicappate e delle loro famiglie in seno all’U.E., con particolare riguardo a quelli non in grado di auto-rappresentarsi;

- Attuare il partenariato tra tutti i Membri, nel quadro di un approccio globale, trasversale e pluridisciplinare, dando la priorità alla vita della famiglia, per qualunque sia la tipologia di Handicap;

- Rinforzare il ruolo della famiglia in seno all’U. E., in modo che non sia esclusa dalla vita sociale;

- Stimolare gli Stati Membri dell’U.E. affinché ci sia un’armonizzazione degli standard minimi di servizi che assicurano gli aiuti necessari alle famiglie, qualunque sia la loro scelta. Rete di strutture di qualità, o l’assistenza a domicilio anche se richiede un aiuto 24 ore su 24. Offrendo a tutti gli stessi trattamenti e le stesse opportunità.

- Sviluppare dei servizi di sostegno ad-hoc e di norme di tutela della persona adulta e anziana handicappata, priva del sostegno familiare.

- Potenziare il diritto alla riabilitazione personalizzata e di qualità sia a domicilio che in qualunque luogo di vita comunitaria, durante tutto l’arco della vita della persona disabile qualunque sia l’Handicap. La riabilitazione sarà svolta da personale altamente qualificato e aggiornato con corsi di formazione continua.

- Sensibilizzare in continuazione l’opinione pubblica nel quadro delle pari opportunità, come diritto di tutti.

- Attuare programmi mirati che permettono di sviluppare le pari opportunità delle persone Handicappate che hanno dei bisogni specifici per la loro piena integrazione nella società, che possa accoglierli e le prenda in carico qualunque sia la gravità della loro disabilità.

 

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